giovedì, Febbraio 12, 2026
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Premiati… ma Banditi dagli Stadi: Il Paradosso del CONI che Fa Infuriare l’Italia

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La scena è questa: un palco pieno di autorità, bambini delle scuole seduti in platea per “assorbire i valori dello sport”, il logo del CONI che campeggia sullo sfondo come un sigillo di moralità. E poi, al centro, una delegazione della Curva Volpi del Chieti Calcio che sale a ritirare una targa per “l’attaccamento ai colori neroverdi”. Fin qui, tutto normale. Ma basta grattare la superficie per scoprire l’assurdo: quattro dei sei rappresentanti premiati sono sotto DASPO, con divieti di accesso agli stadi che vanno da due a nove anni.

È successo davvero, a Chieti, durante la Festa Provinciale dello Sport del CONI. Non in uno scantinato, non in una curva clandestina: in un evento istituzionale, dentro un’università, davanti a un pubblico che avrebbe dovuto vedere esempi, non contraddizioni viventi. Lo hanno raccontato La Gazzetta dello Sport, RaiNews, TGCOM24, ANSA e Rete8: non è una leggenda metropolitana, è un cortocircuito istituzionale in piena regola.

I profili dei premiati parlano da soli. Uno è accusato di aver brandito e lanciato un tubo di polietilene contro i tifosi dell’Avezzano, facendolo passare attraverso una grata ad altezza uomo. Un altro è stato coinvolto in agguati ai tifosi avversari, con un episodio culminato nella rapina di una sciarpa a un uomo e a suo figlio sedicenne, fermati e minacciati nel cuore della notte. Non sono “ragazzate”: sono fatti che hanno portato il questore a vietare loro l’ingresso in qualsiasi impianto sportivo d’Italia e dell’Unione Europea.

Eppure, eccoli lì, sul palco del CONI, a ricevere un premio davanti ai bambini.

Un’immagine che da sola basterebbe a spiegare perché la vicenda sia esplosa.

Il CONI Abruzzo, travolto dalle polemiche, ha provato a difendersi. Il presidente Antonello Passacantando ha dichiarato  come riportato da TGCOM24 e ANSA  che la targa era destinata “alla tifoseria nel suo insieme”, non ai singoli individui. Nessuno, dicono, sapeva chi sarebbe salito sul palco. Nessuna intenzione di premiare persone con provvedimenti restrittivi. Solo un gesto simbolico, legato anche al ricordo di un giovane tifoso scomparso.

Una spiegazione che suona come un cerotto su una ferita aperta. Perché il problema non è solo chi ha ritirato il premio, ma il messaggio. In un evento che dovrebbe celebrare lo sport come strumento educativo, ritrovarsi a premiare anche indirettamente persone che lo sport lo hanno tradito con violenza è un errore che non si può liquidare con un “non lo sapevamo”.

Le reazioni non si sono fatte attendere. Il Centro ha parlato di “cortocircuito istituzionale”. Sui social, molti genitori hanno espresso indignazione: “Come si spiega ai bambini che chi non può entrare allo stadio viene premiato dal CONI?”. Altri difendono la Curva Volpi come comunità, ma criticano la scelta dei rappresentanti.

Il caso ha riaperto un dibattito antico e mai risolto: cosa sono oggi le tifoserie organizzate? Comunità? Identità? O zone grigie dove la passione convive con la violenza? E soprattutto: chi decide chi rappresenta chi?

La verità è che questa vicenda non è solo un errore di comunicazione. È lo specchio di un sistema che spesso non controlla, non verifica, non pensa alle conseguenze. Un sistema che predica valori ma inciampa sulle basi.

E allora resta una domanda, semplice e brutale:

come si può parlare di educazione sportiva se non si è nemmeno in grado di controllare chi si mette sul palco?

Finché nessuno risponderà davvero, questa storia resterà lì, come un promemoria scomodo: lo sport italiano sa ancora emozionare, ma a volte non sa proteggere nemmeno sé stesso.

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