martedì, Febbraio 10, 2026
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Quando il Fuoco Tocca l’Acqua: Venezia si Accende per la Fiaccola Olimpica

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La fiaccola olimpica non è un oggetto: è un animale vivo. Respira, divora ossigeno, pretende attenzione. Ogni volta che si accende, il mondo si ferma un secondo, come se quel fuoco antico ricordasse agli esseri umani quanto siano piccoli davanti alla storia. Eppure, continuiamo a inseguirla. Continuiamo a portarla in giro per il pianeta come un talismano che ci illude di essere migliori di ciò che siamo davvero.

La sua storia non nasce nei palazzi del potere, né nei comitati olimpici pieni di loghi e sponsor. Nasce nella polvere di Olimpia, quando gli antichi greci tenevano acceso un fuoco per onorare Zeus, Era e tutto quel pantheon che oggi ci sembra lontano, ma che allora era più reale dell’aria stessa. Un fuoco che non doveva spegnersi mai, perché rappresentava la continuità, la purezza, la promessa che l’uomo potesse competere senza distruggersi. Lo raccontano le fonti storiche e lo conferma anche la ricostruzione moderna riportata da Il Piccolo, che ricorda come la fiamma ardesse nei santuari dedicati agli dei, simbolo di un legame sacro tra uomini e divinità.

Poi il mondo è cambiato, gli dei sono caduti, e per secoli nessuno ha più pensato a un fuoco che potesse unire i popoli. Quando nel 1896 rinacquero i Giochi Olimpici moderni, la fiaccola non c’era ancora. Bisognerà aspettare il 1928, quando ad Amsterdam decisero di accendere un fuoco nello stadio olimpico, un gesto quasi timido, un richiamo lontano a un passato che sembrava irraggiungibile. Lo ricorda anche Wikipedia, che cita l’architetto Jan Wils come l’uomo che ebbe l’idea di tenere acceso quel primo fuoco moderno.

Ma la vera rivoluzione arriva nel 1936. Berlino. Un’edizione macchiata dalla propaganda nazista, certo, ma anche il momento in cui nasce la staffetta della torcia. Carl Diem, dirigente e scienziato dello sport, concepisce l’idea di far partire la fiamma da Olimpia e portarla fino allo stadio tedesco attraverso migliaia di chilometri e migliaia di mani. Un’idea potente, disturbante, geniale. Da quel momento, la fiaccola non è più solo un simbolo: diventa un viaggio. Diventa una narrazione. Diventa un modo per dire al mondo: “Guardateci. Siamo qui. Siamo ancora capaci di credere in qualcosa.” Anche questo passaggio è confermato dalle ricostruzioni storiche riportate da Wikipedia.

Da allora, ogni edizione dei Giochi ha costruito la propria fiaccola come un manifesto culturale. Ogni paese la plasma a sua immagine: metallo, legno, curve, incisioni, tecnologia. Ma la cosa più importante non è l’oggetto: è il gesto. La fiamma viene ancora accesa a Olimpia con uno specchio parabolico, usando solo i raggi del sole, per garantire la purezza del fuoco. Un rituale che sembra uscito da un’altra epoca, e che invece continua a sopravvivere proprio perché il mondo moderno, con tutta la sua plastica e i suoi schermi, ha ancora bisogno di simboli che non si possano comprare. Lo ricorda anche Il Piccolo, sottolineando come la cerimonia di accensione sia rimasta immutata nei secoli.

E poi c’è il viaggio. Un viaggio che oggi attraversa continenti, città, periferie, deserti, montagne, mari. Per Milano-Cortina 2026, la fiamma partirà da Olimpia, toccherà Atene e poi arriverà in Italia, attraversando oltre 12.000 km, più di 300 comuni e 60 città di tappa, come riportato dal sito ufficiale delle Olimpiadi. Una processione moderna, un pellegrinaggio laico che trasforma ogni luogo in un frammento di storia. Ogni tedoforo percorre pochi metri, ma in quei metri c’è tutto: orgoglio, fatica, memoria, identità. È un passaggio di mano che non è mai solo un gesto atletico: è un’eredità.

La fiaccola è un paradosso vivente. È fragile, basta un soffio di vento per spegnerla e allo stesso tempo indistruttibile, perché se si spegne viene riaccesa dal fuoco “madre”, quello sacro, quello che non muore mai. È un simbolo di pace, ma attraversa un mondo che di pace ne vede sempre meno. È un oggetto semplice, ma porta sulle spalle secoli di storia, di guerre, di rinascite, di illusioni.

E soprattutto, la fiaccola è un testimone. Non solo di sport, ma di ciò che siamo diventati. Ogni volta che passa, ci costringe a guardarci allo specchio. A chiederci se siamo ancora degni di quel fuoco che gli antichi consideravano divino. A domandarci se quel viaggio ha ancora senso, o se lo stiamo solo usando per sentirci migliori mentre il mondo brucia per davvero.

Ma forse è proprio questo il punto: la fiaccola non serve a dirci che siamo perfetti. Serve a ricordarci che possiamo ancora provarci. Che possiamo ancora correre, anche quando tutto sembra fermo. Che possiamo ancora accendere qualcosa, anche quando tutto intorno sembra spegnersi.

E questa, alla fine, è la sua forza più grande.

Non il fuoco.

Non il metallo.

Non la cerimonia.

Ma la possibilità, ostinata, testarda, quasi arrogante di credere ancora in un gesto che attraversa il tempo e ci tiene vivi.

La fiamma, dopo aver attraversato secoli e contraddizioni, arriva a Venezia come se tornasse a casa. Perché in fondo il suo viaggio non è altro che un continuo oscillare tra fragilità e resistenza, proprio come questa città che vive sospesa sull’acqua e sull’ostinazione. La fiaccola non entra in Laguna come un ospite qualunque: ci entra come un animale antico che riconosce un altro animale antico. Due sopravvissuti che si annusano, si studiano, si rispettano.

Quando la torcia approda qui, il fuoco incontra l’acqua. È un contrasto che non ha bisogno di essere spiegato: lo senti sulla pelle. La fiamma che brucia, l’acqua che avvolge, la città che galleggia da mille anni sfidando tutto ciò che avrebbe dovuto inghiottirla. Venezia non è un semplice scenario per la fiaccola: è un corpo vivo che reagisce, che vibra, che si lascia attraversare. Le calli diventano vene, i ponti diventano ossa, la folla diventa sangue che scorre. E la fiamma, in mezzo a tutto questo, sembra quasi più luminosa, come se capisse di essere in un luogo che non perdona la superficialità.foto articolo fiaccola

Il percorso veneziano non è una passerella. È una prova. La torcia passa tra le mani dei tedofori mentre la città la osserva con quello sguardo che solo Venezia sa avere: un misto di orgoglio, malinconia e diffidenza. Attraversa Riva degli Schiavoni, sfiora Piazza San Marco, si riflette nelle acque del Bacino come un serpente di luce. I turisti applaudono, i residenti sospirano, i bambini allungano il collo per vedere meglio. E in quel momento, per un istante, Venezia smette di essere un museo vivente e torna a essere una comunità. Una città che respira insieme, che si riconosce, che si ricorda di essere ancora capace di emozionarsi.

Per Venezia, questo passaggio non è solo un evento sportivo. È un riscatto simbolico. È la dimostrazione che, nonostante tutto lo spopolamento, l’acqua alta, il turismo che divora, la politica che spesso non ascolta la città è ancora un punto di riferimento. La fiaccola non illumina solo le pietre e i canali: illumina le ferite. Le rende visibili, le rende vere. E allo stesso tempo le scalda, come se dicesse: “Non siete soli. Non siete finiti. Siete ancora qui.”

E poi c’è il Polesine. Terra di margine, di fango, di fatica. Terra che conosce bene il significato di perdere tutto e ricominciare da zero. Quando la fiaccola attraversa il Polesine, non lo fa per caso: lo fa perché quel territorio è parte della stessa storia di resistenza che la fiamma porta con sé. È un ponte invisibile tra due mondi che spesso vengono ignorati: la Venezia fragile e il Polesine ferito. Due luoghi che hanno imparato a convivere con l’acqua, con la paura, con la necessità di rialzarsi ogni volta. La fiamma, passando di lì, sembra quasi rendere omaggio a chi non ha mai smesso di lottare.

Poi il viaggio continua verso Trieste, città di vento e confine, città che porta addosso cicatrici che non si vedono ma si sentono. La fiaccola risale verso Est come un filo di luce che cuce insieme territori diversi, storie diverse, identità che spesso non dialogano abbastanza. Trieste diventa l’approdo finale di questo tratto, un luogo dove il fuoco incontra un’altra città che ha imparato a resistere alle intemperie, alla storia, alle fratture.

Eppure, nonostante il percorso sia lungo e pieno di significati, è Venezia il cuore emotivo di questo viaggio. Perché qui la fiamma non è solo un simbolo: è uno specchio. Riflette ciò che siamo diventati e ciò che potremmo ancora essere. Riflette la nostra ostinazione, la nostra fragilità, la nostra voglia di non spegnerci. Riflette un’Italia che spesso si perde, ma che ogni tanto riesce ancora ad accendersi.

La fiaccola passa, il fuoco continua il suo cammino, ma qualcosa resta. Resta negli occhi di chi l’ha vista, resta nelle pietre che l’hanno riflessa, resta nell’acqua che l’ha sfiorata. Resta soprattutto in quella sensazione difficile da spiegare: la sensazione che, per un attimo, anche noi abbiamo fatto parte di qualcosa di più grande. Di qualcosa che brucia, che illumina, che resiste. Di qualcosa che, nonostante tutto, continua a camminare.

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