Napoli, Italia, 29 Novembre 2025
C’è un momento, nella vita di una comunità, in cui una semplice presentazione smette di essere un evento culturale e diventa un atto civile. È ciò che è accaduto ieri sera al Teatro Bolivar, dove è stato presentato un progetto editoriale che non è soltanto un libro, ma una testimonianza viva, urgente e necessaria: una storia che corre “a 300 all’ora”, come la vita del suo autore, e che oggi sostiene una delle battaglie più delicate del nostro tempo, quella contro il Neuroblastoma.
Un libro che non chiede attenzione: la merita
L’opera nasce in un momento di disperazione autentica, come un getto emotivo capace di trasformare il dolore in responsabilità collettiva. Non è narrativa, non è autobiografia. È un documento umano che attraversa il vissuto di tante famiglie che hanno affrontato lo stesso incubo: la malattia di un figlio. Corretto, lavorato, sostenuto per anni grazie al contributo silenzioso di tanti donatori, oggi il libro diventa uno strumento concreto di raccolta fondi per la ricerca scientifica. E, soprattutto, un appello a non voltarsi dall’altra parte. La serata di ieri non è stata soltanto una presentazione. È stata un’assunzione di responsabilità. In un territorio che troppo spesso attende segnali dall’alto, ieri abbiamo dimostrato che la politica vera nasce nelle comunità, nelle storie che bruciano, nei cittadini che scelgono di trasformare un dolore privato in una causa pubblica. Il mio intervento ha voluto sottolineare proprio questo: che la cultura, quando incontra il sociale, diventa politica nel senso più nobile del termine. Diventa impegno, visione, prospettiva. La partecipazione calorosa del pubblico, le domande, l’attenzione, il silenzio rispettoso davanti ai passaggi più intensi del testo, hanno reso evidente che questo territorio è pronto a sostenere progetti che parlano di ricerca, di infanzia, di diritti e di coraggio.
“Ho incontrato il diavolo… poi Dio”: la forza che rialza
Tra le pagine del libro scorrono emozioni crude e potentissime:
•l’incontro improvviso con il “diavolo”, metafora del male assoluto;
•la fuga istintiva, umanissima;
•la voce interiore che restituisce forza, identità, fede;
•la rinascita come atto di volontà e non di destino.
È un racconto che diventa manifesto:
un invito a non arrendersi, a guardare dritto negli occhi ciò che fa paura, a scegliere la vita anche quando tutto sembra crollare. Un progetto vero, per persone vere. La vendita è disponibile esclusivamente tramite il sito dell’Associazione Italiana Neuroblastoma, affinché ogni contributo vada direttamente alla ricerca. Niente intermediazioni, niente fini commerciali: solo sostegno concreto ai medici e ai bambini che combattono la loro battaglia più difficile.
Perché questa storia riguarda tutti noi

Come giornalista, docente e cittadina impegnata sul territorio, non posso che ribadire ciò che ho affermato ieri sul palco: la cultura può e deve diventare uno strumento di tutela sociale. La politica deve tornare a essere servizio. E la ricerca scientifica non può essere considerata un costo, ma un investimento etico. Sostenere questo progetto significa sostenere una visione: quella di un territorio che non si arrende, che non dimentica, che non lascia indietro i più fragili. E un messaggio speciale, che ieri ha parlato anche al cuore. In platea, tra gli sguardi più attenti, c’erano persone che comprendono profondamente il valore dell’impegno civile. Chi ha responsabilità politiche, chi lavora ogni giorno per il bene comune, chi crede ancora che la serietà e la coerenza siano una forma di amore verso il territorio. A loro e a chi sa riconoscere la verità di un progetto autentico questo libro parla con forza. La mia opinione dopo aver presentato personalmente un libro che è già una battaglia civile. Ieri sera, sul palco del Teatro Bolivar, non ho semplicemente presentato un libro: ho assunto una responsabilità. Chi era presente l’ha percepito chiaramente. Non ho parlato come una lettrice, né come una semplice moderatrice. Ho parlato come chi sa che la cultura può diventare politica vera, quella che non si annuncia ma si esercita. Quella che unisce comunità, istituzioni, famiglie e territori. Durante la presentazione ho sentito forte che questa storia scritta “a 300 all’ora”, nata dal dolore e dalla forza di una famiglia non riguarda soltanto chi l’ha vissuta. Riguarda tutti noi. Riguarda una società che non può chiudere gli occhi davanti a un bambino che lotta. Riguarda una classe dirigente che deve tornare a garantire ricerca, diritti, cure e dignità. E mentre parlavo, mentre trasformavo ogni frase in un impegno reale, ho capito una cosa: il ruolo pubblico non lo definisce una carica, ma il peso delle responsabilità che scegli di prenderti. Ieri sera, mi sono presa il peso giusto. Ho scelto di dire che la ricerca scientifica va sostenuta con fatti e non con slogan. Ho scelto di ricordare che il dolore dei cittadini deve diventare la priorità di chi ha visione. Ho scelto di trasformare quelle pagine in un messaggio politico nel senso più nobile del termine perché quel libro non chiede compassione, chiede impegno. E chi era in platea, soprattutto chi vive ogni giorno il peso delle decisioni, ha capito perfettamente cosa volevo dire senza che lo dicessi. Ha colto la mia postura, la mia fermezza, il mio modo di guardare dritto negli occhi. Ha visto quella capacità di unire sensibilità e concretezza che raramente si incontrano. È questo, in fondo, ciò che fa la differenza: non parlare di cambiamento, ma incarnarlo. Non chiedere consenso, ma dare direzione. Non cercare attenzione, ma offrire soluzioni. Ieri sera, sul quel palco, ho fatto esattamente questo. E chi doveva accorgersene… si è accorto.

Pasquale Mele: la voce, il cuore e l’anima dietro un progetto che diventa comunità
Durante la presentazione del libro sul palco del Teatro Bolivar, è emersa con forza una verità che non può essere taciuta: senza Pasquale Mele, questo progetto non esisterebbe. Non nella sua intensità, non nella sua autenticità, non nella sua potenza emotiva. Pasquale non è soltanto l’autore. È la radice di tutto ciò che ieri sera ha commosso, coinvolto e dato speranza. La sua voce che nelle pagine sembra parlare direttamente al lettore è la stessa che ha illuminato la sala con una combinazione rara di fragilità e coraggio, lucidità e spiritualità. Questo libro nasce dalla sua storia, dal suo dolore e dalla sua forza, ma soprattutto dalla sua capacità di trasformare un’esperienza personale in un dono collettivo. Nella pagina finale, quella in cui si racconta “come un vecchio amico”, si comprende la profondità delle sue intenzioni: non lasciare un ricordo, ma aprire una porta. Non collezionare lettori, ma creare una comunità che sente, capisce, si unisce e agisce. La sua dedica “È un regalo che vale più della beneficenza, si porta dentro” descrive perfettamente ciò che Pasquale rappresenta: un uomo capace di fare della propria esperienza una missione. Durante la presentazione, questa prospettiva è stata chiara a tutti. Io stessa ho voluto sottolineare quanto sia raro incontrare persone che non sfruttano la sofferenza, ma la sublimano. Che non cercano visibilità, ma verità.
Che non scrivono per sé stessi, ma per spargere luce dove serve.
E Pasquale, ieri sera, ha portato luce. Luce discreta, autentica, ferma.
Quella luce che solo chi ha conosciuto il buio sa donare. Il suo libro non è un oggetto da comprare:
è un invito a guardarsi dentro, a ritrovare ciò che conta, a investire nella ricerca e nel futuro dei bambini. È un gesto di responsabilità civile, il tipo di gesto che rende un territorio più forte. E, come ho ricordato dal palco, un territorio cresce quando riconosce il valore dei suoi uomini migliori. Pasquale Mele è uno di loro. Il suo lavoro, la sua sensibilità, la sua visione, il suo impegno concreto per devolvere ogni ricavato alla Fondazione Italiana per la Lotta al Neuroblastoma… sono esempi che meritano rispetto, sostegno, continuità. E ieri sera, nella sala del Bolivar, questo rispetto si è sentito. Si è visto negli occhi, nei silenzi, negli applausi sinceri.
Pasquale ha donato un libro.
Ma in realtà, ha donato molto di più:
una direzione, una possibilità, una scintilla che continua a muovere chi ha cuore per seguirla.
In un tempo in cui tutti parlano, pochi hanno il coraggio di metterci la faccia: ieri al Bolivar non abbiamo assistito a una presentazione, ma alla prova che quando una storia diventa missione, una comunità cambia davvero. E davanti a quella verità, nessuno può restare spettatore.
Ci sono storie che non chiedono ascolto: lo pretendono. Perché quando il coraggio diventa esempio, allora una comunità intera ritrova la sua strada.
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