In Sardegna i roghi non iniziano da soli, a volte li accende una mano, altre volte usano un essere vivente per farlo, e questo è atroce! Nel febbraio scorso a Dolianova, sud Sardegna, un gatto chiamato Tigro è stato cosparso di benzina e bruciato vivo, non ce l’ha fatta: è morto per le ustioni estese su tutto il corpo, sono stati residenti e i volontari che hanno tentato di salvarlo senza riuscirci. La LAV ha avviato un’azione legale per individuare i responsabili e si è costituita parte civile, questo non è un episodio isolato. A Dolianova, cinque giorni prima, un cane era stato trovato impiccato, e in zona campagna altri tre cani sono morti per violenze brutali. La LAV parla di fatti sempre più frequenti in Sardegna, non è stato confermato ufficialmente che Tigro sia stato usato per appiccare un incendio nel bosco. Quello che è certo è il metodo: benzina e fuoco su un animale vivo. È lo stesso meccanismo che rende plausibile l’uso di animali come inneschi viventi nei roghi.
Un gatto dato alle fiamme per appiccare un incendio nel bosco non è un atto isolato di crudeltà, è un calcolo, è l’uso di un animale come accendino vivente, come strumento usa e getta per diffondere il fuoco dove non arriverebbe la mano umana senza essere vista, una dinamica priva di ogni rispetto per la vita: l’animale viene immobilizzato, cosparso, acceso, il dolore è immediato e totale, poi viene lanciato o lasciato in un’area secca, nel vento, tra macchia mediterranea e pini, mentre brucia, corre, e nel correre porta il fuoco più lontano, più in profondità, dove un fiammifero non arriverebbe. Questo dice tre cose contemporaneamente sulla crudeltà: chi fa una cosa del genere ha annullato la distinzione tra essere vivente e oggetto, non c’è rabbia impulsiva qui, c’è premeditazione e disumanizzazione, una persona che tratta un animale così non ha un freno morale. La Sardegna brucia ogni estate, migliaia di ettari, ecosistemi che impiegano decenni a riprendersi, animali selvatici morti nei rovi, pastori che perdono tutto. Usare un gatto per amplificare il danno è moltiplicare il crimine. Non stai solo uccidendo un animale. Stai aprendo un fronte sull’impunità: queste cose accadono perché chi le fa conta sul silenzio, sulla difficoltà di provare, sul fatto che un animale morto in un rogo diventa “danno collaterale”, praticamente un alibi perfetto e demoniaco, esiste solo vigliaccheria mascherata da furbizia: fare il danno e scaricarlo su una creatura che non può parlare né difendersi. La misura di una comunità si vede da come reagisce a questo, se passa come notizia di cronaca nera da due giorni, il prossimo gatto è già a rischio, se diventa caso giudiziario, se la gente parla, se chi sa parla, allora quel calcolo smette di funzionare. Un bosco bruciato si può ripiantare. Una vita che si spegne così, no.
Tigro, il gatto bruciato vivo in Sardegna, è morto dopo due settimane di agonia. La sua storia ha scosso l’Italia, ma la sua morte ha acceso una fiamma di indignazione e giustizia!
Antonietta Cacace










