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“Questo è il mio sangue” – Ricorrenze simboliche di una parola nell’ultimo Romanzo di Maria Teresa Liuzzo – di Antonio Risi

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“Questo è il mio sangue” – Ricorrenze simboliche di una parola nell’ultimo Romanzo di Maria Teresa Liuzzo

di Antonio Risi

Non dirmi che ho amato il vento[1] è un’opera complessa, difficile, tanto che viene da pensare ai danteschi quattro sensi delle scritture, solo che nel romanzo sapienziale di Maria Teresa Liuzzo di sensi ce ne sono quattromila e oltre. Mauro Decastelli, nella dotta Introduzione (pp. 3-63), parla di romanzo metafisico. Gli avvenimenti psichici vi assumono la stessa importanza dei fatti reali, perché della realtà fanno parte: una realtà espressa attraverso la parola. La stessa scrittura, che si fa notare per veemenza espressiva, manifesta i suoi debiti verso il surrealismo, ma rispecchia anche lo stile poetico dell’Autrice, come, d’altronde, è accaduto anche in E adesso parlo. Decastelli sottolinea il ritmo musicale della prosa di questo romanzo, dove la musicalità sembra contrastare il negativo ed aprirsi alla speranza.

È una scrittura articolata, quella di Maria Teresa Liuzzo: sembra scavare a fondo nei ricordi, magari anche rimovendo scritture e avvenimenti più recenti, per tirar fuori le radici, anche amare, che giustificano e danno un senso al presente. È, dunque, una scrittura adoprata per riscatto e conoscenza di sé. Lo stile, come quello della Commedia dantesca (specie quella della prima Cantica) può dirsi metafisico, barocco. Vi si mescolano prosa e poesia e possono cogliersi metafore alchemiche.  È una scrittura che riallaccia l’uomo alla natura, dopo che la tecnica lo ha tagliato fuori dall’Eden primigenio? Quel che è certo è che la scrittura liuzziana è lotta e sofferenza, esperienza della croce, ma anche materna, femminile sensibilità.

La trama, che si riallaccia al primo romanzo: E adesso parlo, continua la storia di Mary e del suo drammatico essere nel mondo, oppressa da conflitti con la madre e litigi per l’eredità, vessazioni dei familiari e inganni. Unico rifugio, in questo inferno, sembra essere la rievocazione di Casa Destina. Qui, fra dolore e memoria, prevale il sogno, anche nell’immersione nella bellezza naturale che lenisce il dolore. A differenza del primo romanzo, l’amore tra Mary e Raf qui è vissuto con dolore, sogno, gioia e, purtroppo, distacco. Con evidente intento allegorico e simbolico Maria Teresa Liuzzo pone sulla scena del romanzo personaggi malvagi, come le “megere”, e personaggi positivi come le amiche Delma e Laura, ma anche uno scrittore: Carlo, che la aiuta a rifarsi una vita, o il Principe, che si prende cura del bambino che Mary ha avuto da Raf. La protagonista è immersa in atmosfere oniriche e tragiche. Sembra di precipitare in un pozzo infernale. Ma infine, anche per l’azione catartica della scrittura, il buio non supera la luce, e comprendiamo che sono proprio la parola e la poesia ad accendere speranze e a sprigionare il futuro.

L’intento allegorico è palese: bastino un paio di esempi dove la Liuzzo paragona gli esseri umani agli animali, in una sorta di rivisitazione dei bestiari moralizzati del Medioevo: la madre di Mary è “buia in viso più di un pipistrello” e aggredisce la figlia “con la furia di un’arpia” (p. 67); il fratello di Mary la guarda “con gli occhi spalancati più di una civetta” (p. 68). Da sottolineare l’uso dell’espressione “più di”, denotante una significazione espressionistica iperbolica che esagera iperbolicamente il paragone con il pipistrello e la civetta. Perfino la descrizione dei momenti della giornata, in particolare della notte, è espressa attraverso immagini simboliche cariche di orrore e raccapriccio, tanto da far pensare alle cere di Gaetano Zumbo, come “La peste” e “La corruzione dei corpi”, conservate al Museo della Specola di Firenze: “La notte falciava trecce di luce, e respiravano gli alberi dalla rupe dell’Anima. L’inesauribile sostanza del Male regnava sovrana in quella famiglia. I simboli dell’Amore e della Pace non erano parte delle loro Realtà fisiche e spirituali. Erano un mare di menti, di foglie scontorte, dove la Morte faceva il suo corso, insaziabile. Il Tempo si era fermato con i suoi occhi di pietra” (p. 79). Un dichiarato intento simbolico appare anche dal brano seguente, legato alle immagini dei Tarocchi, che tanta fortuna hanno avuto presso esoteristi e surrealisti: “Appare il Re con il suo Asso di Spade, con la lama che accarezza la carne; il morbo con il suo Re di Denari che gronda sangue; Satana che sporge dalla coppa con la bocca unta di rossetto; il Re di Bastoni che dà il colpo di grazia nell’incantesimo di una sedia capovolta” (p. 76), nel Castello dei destini incrociati, di Italo Calvino, gli avventori che siedono intorno alla tavola hanno perso la parola per la paura provata nell’attraversare il bosco e comunicano attraverso un mazzo di tarocchi. Con un riferimento all’astrologia, è precisato che Raf è “del segno dell’Ariete” (p. 130).

Tenuto conto, pertanto, del carattere simbolico pregnante di quest’opera, ritengo opportuno focalizzare la mia attenzione su una delle parole che vi si incontra con più frequenza, quasi ad ogni pagina: la parola “sangue”. Forse è il termine più frequentemente usato, come se ogni pagina fosse intrisa e macchiata del sangue di Mary e di Maria Teresa Liuzzo. È ovvio che il tipo di ricerca da me condotto può essere svolto anche a partire da altre parole del libro, essendo, quella della Liuzzo, una scrittura in cui “i profumi, i colori e i suoni si rispondono” (Baudelaire).

Parto da evidenti riferimenti evangelici, incentrati soprattutto sulla Passione di Cristo. Nel romanzo Maria Teresa Liuzzo scrive: “Perché sacrificare il gregge, quando era sufficiente sgozzare solo un agnello?” (p. 170). La frase riecheggia quanto dice il sommo sacerdote Caifa a proposito di Gesù: “Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera” (Gv, 11, 49-50). Mi conduce a questa interpretazione anche il riferimento al solo agnello da sgozzare, evidente allusione all’Agnello di Dio, Gesù, immolato per noi. Un altro passo: “Il dolore del pianto può diventare acqua trasformata in vino” (p. 184). Allude all’episodio delle nozze di Cana (Gv 2, 1-11), dove Gesù trasformò, per l’appunto, l’acqua in vino, anticipazione della Passione. Un’allusione al sudore di sangue di Gesù durante l’agonia nell’orto dei Getsemani (Lc, 22, 44) la vedo in un altro passo della Liuzzo: “Un sudore di sangue riempirà il bicchiere a metà” (p. 185).

Ma quello che ha più rilevanza e frequenza di lessico nel libro è il “sangue straziato” di Mary (p. 124). In una delle battute finali del romanzo c’è un rivelatore dialogo fra Mary e il figlioletto: “Il bimbo: – Mammina, tu vivi il lutto di me che sono nato, e già mi lasci. – Donna, Madonna, Mammina mia, come l’Addolorata, Madonnina mia” (p. 195). Mary, come la Liuzzo, porta lo stesso nome dell’Addolorata e ne riproduce nella vita lo stesso destino di dolore, come è espresso nella sublime conclusione del romanzo:

Quell’amore che ti ha condotta nel territorio impervio del Dolore.

– Non ti sei pentita delle pene e delle spine,
perché coltivi il giglio del tuo solo Amore.
E non si accorge
MADRE,
di aprire un varco di sangue nel tuo Cuore (p. 195).

Maria, dunque, come nome autobiografico e cristiano, ma non è solo questo il collegamento tra la scrittrice e la protagonista del suo Romanzo. Frida Kahlo, nel 1939, dipinse il quadro Le due Frida, dove si può vedere a destra la Frida vestita in abito tradizionale Tehuana, a sinistra quella in abito bianco di pizzo di stile occidentale. Le due donne non si guardano, ma sono legate da un’arteria che Frida taglia con una forbice, come a voler recidere i legami con l’altra sua gemella. Penso a questo quadro come immagine del rapporto fra le due Mary, quella immaginaria del Romanzo e Maria Teresa Liuzzo che la racconta e si racconta.

La parola “sangue” compare quasi ad ogni pagina, unita ad altre parole, in significanti e significative combinazioni semantiche. Abbiamo, ad esempio, la combinazione del sangue con il pianto e le lacrime. “Il temporale, mormorando, mescolava pianto e sangue” (p. 67). La tempesta, qui, ha un evidente significato figurato di “tempesta interiore”. Altrove le lacrime sono paragonate alle gocce di pioggia e di sangue, e il fatto che animano tutte le cose conferisce un significato cosmico alle lacrime di Mary: “Le lacrime di Mary, calde, scendevano come pioggia, come gocce di sangue, animavano tutte le cose” (p. 89). Talvolta è il sangue stesso che piange: “Il pianto del sangue invade la carne annegandola” (p. 102). C’è, in questo annegarsi della carne un senso di sacrificio estremo.

Anche le emozioni “ardevano di lacrime e di sangue” (p. 130). Lacrime e sangue possono simboleggiare rapporti e patti umani: “Custodirai nel tuo seno, arido di fumoso talco, le mia lacrime? Le avvolgerai nella seta blu del tuo scialle, per cullarle alla calda sorgente del mio sangue?” (p. 124). Sangue e lacrime testimoniano, a mio avviso, non solo dolore e sacrificio, ma anche vitalità (insita nel sangue) e spiritualità (insita nelle lacrime denotanti stati d’animo).

Affine all’accostamento del sangue alle lacrime è l’accostamento del sangue all’acqua del mare e dei fiumi: “L’azzardo percorrerà i mari del sangue” (p. 106); “Ti sento nel mare del mio sangue” (p. 125); “L’acqua assorbiva l’anima del sangue” (p. 137). Qui gli accostamenti sono più di tipo simbolico-poetico, come se si volesse trasferire tutto ciò che è legato al sangue su un piano spirituale, come se la vita, il sacrificio, il dolore fossero sublimati: “Mary disse a Raf: – Ascolta il mio cuore nel suo ballo di sangue, sulle acque bluette del Danubio, nel silenzio assoluto di un bacio” (p. 138). Allo stesso modo assegno valori poetici, anche orfici, all’accostamento di sangue, erba e fiori: “Il vivo sangue risorgeva come erba tra le pietre” (p. 82). Qui è adombrato il tema della risurrezione, che non è solo cristiano ma anche proprio dei culti misterici ed orfici. Morte (fiore estremo) e rinascita (l’aprirsi del sangue) richiamano la morte e resurrezione del cristianesimo e dei culti misterici: “Il sangue coagulandosi cuce il suo fiore estremo” (p. 83); “Il sangue qui si apriva come un’azalea” (p. 113). Il simbolismo del sacrificio, o anche della passione tarpata, è espresso dall’immagine della rosa recisa: “Il Destino bussò alla porta di Mary per consegnarle una busta, dove l’unica lettera era una rosa recisa, nel coagulo del proprio sangue” (p. 144). Ancora una volta il sangue adoprato come simbolo di vita, in un’immagine che richiama gli strani quadri di Giuseppe Arcimboldi, fatti con fiori e frutti: “La primavera recideva l’inverno; con un filo d’acciaio gli strappò i bianchi capelli, si ubriacò e, con il sangue delle arance, dipinse il suo naso di carta” (p. 160). Il sangue è messo in rapporto con le stagioni e col tempo: “Ascoltavamo piangere nel buio il sangue caldo di quella nostra perfetta estate” (p. 168); “Il Tempo aveva il sapore e il sopore del sangue delle stagioni che non si dimenticano” (p. 171); “Il Tempo non ha sangue” (p. 191).

Suggestivo è l’accostamento del sangue con la luna: “La luna sanguigna si sbriciolava nel marciume dei minuti secondi” (p. 79). La luna sanguigna, tradizionalmente, è detta quella del mese di ottobre, mese legato alla caccia, e dunque a tradizioni e riti magici. Mary si rivolge alla luna quasi con la preghiera di una sacerdotessa: “Mary disse fra sé e sé: – Oh, Luna, distesa come una Dea sul mare di pietra; ancora ti bagni nel mio sangue e non ti accorgi che cullandosi nei miei occhi tramonta tutto il dolore del mondo!” (p. 112). Una bella descrizione ricorda certi inquietanti dipinti dei pittori preraffaelliti: “Il bacio del silenzio era di corallo, scivolava dalla Luna e odorava di leggenda; l’odore della salsedine scorreva sulla pelle ramificandosi in fili, come un ricamo di sangue che, fuoriuscito dalla ferita, si allarghi sul candore del foglio” (p. 100). Oppure troviamo espressioni che si richiamano ad un mondo surreale: “Un raggio di luna beveva il sangue dei papaveri” (p. 154); “Si agita il sangue, spezza le parole che distruggono la carne. Guardo il Sole nascosto tra i limoni. Dalla zàgara rinasce il nostro sguardo. La Luna bacia il seno dell’Aurora” (p. 168. Affine all’accostamento sangue-luna è quello fra il sangue e la notte: “Il sangue della notte si perdeva nel luccichio delle piante diventando coppe di metastasi” (p. 95); “La notte distende ghirlande di sangue” (p. 131); “Continuerai a bere dalle mie mani a giumella, alla fonte del Silenzio; non accorgendoti che il vestito della notte è sporco del tuo sangue” (p. 108). Questo accostamento crea un’atmosfera negativa, legata alla notte oscura dell’anima. Forse non a caso, il diavolo compare in uno di questi accostamenti sangue-notte,: “Il Diavolo, nei suoi falsi pronunciamenti, danzava con arco e frecce, per accecare la bulimia aritmica della notte, segnata con sangue secco alle narici” (p. 112).

Raccapricciante è che in questo libro tutto sembra intriso di sangue: Il marmo “trasudava sangue” (p. 102); “le stanze presuntuose erano abissi di sangue” (p. 110); “Nelle barche vuote dei pescatori, sanguinavano ancora le reti” (p. 125); “Il grande occhio scintillante del semaforo scattava dal giallo al rosso insanguinando l’ora” (p. 109); “Le corde del violino lasciavano, a terra, gocce di sangue” (p. 139); “Uno sciame di stelle schizzava sangue sul lenzuolo” (p. 139); “Il gusto del caffè è brezza che si mescola al sangue di una felicità affettata come un’anguria acerba” (p. 139); “L’Universo intero, col vento che precipita tra i monti e, nel suo breve inchino, ci accarezza il cuore come un Astro che sanguina e non muore” (p. 195); “Nella piazza le statue sputavano sangue dal granito” (p. 144); “Il sangue scolpiva ombre di carne” (p. 185). Persino le entità astratte o incorporee perdono sangue: “Il dolore fuggiva sanguinando” (p. 154); “La voce sanguinava” (p. 162); “La Coscienza sanguinava” (p. 163); “I baci scucivano fiori selvatici che agitavano il sangue” (p. 171). Maria Teresa Liuzzo si dimostra, in questi casi, poetessa ancor più che narratrice, permettendoci di vedere tutte le cose agitate, oppresse, nello stesso tempo, da vita e morte.

Il grado più buio e negativo della scrittura liuzziana è quando il sangue è accostato alla corruzione, che richiama cadute di valori, derive di civiltà, ondate di pandemia: “Sfilarono modelle, nei giorni della confusione come Albe di sangue che somigliavano sempre di più a tramonti deteriorati” (p. 71). Nella descrizione della “megera” che insidia Mary pare di vedere una strega: “Nel teatro della perfidia, la megera estraeva coltelli dai sassi, mentre l’odore del sangue faceva impazzire gli squali” (p. 122); La morte “era un corpo immobile nella tempesta, un manichino di tenebre che sanguinava nella cecità delle ossa” (p. 137). Ad accentuare la visione di corruzione e sfacelo, insieme al sangue compaiono topi e una mosca: “Topi rodevano cappelli di paglia stesi sul sangue marcio che saziava la molestia di una mosca” (p. 144). I cospiratori sembrano descritti come zombie: “I cospiratori hanno sotto la pelle il sangue putrefatto, ma non potranno mai spegnere la Luce della fiaccola” (p. 151). In certi casi l’atmosfera richiama i Fiori del male di Baudelaire: “L’attesa ingoiava sciami di larve catturate da lame dissanguate” (p. 154). O atmosfere da film thriller: “Il primario-macellaio non faceva altro che svuotare bacinelle di sangue nel bagno” (p. 170); “Sulle loro [di Raf e Mary] labbra non c’era il sangue delle more: solo il sapore del veleno che smembrava l’attesa e pugnalava il dolore” (p. 182). In due passi compare, affine al tema del sangue come corruzione, il motivo del “vomitare sangue”: Vene e arterie “vomitavano sangue e, spruzzandolo, creavano forme che avevano l’andamento di tante sagome appese, vive come croci” (p. 93); “Lo sguardo vomitava sangue e putridume” (p. 137).

Alcuni passi sembrano rievocare antiche, truci leggende: Nelle lunghe file di cipressi “si potevano ancora rintracciare racconti antichi di patti di sangue” (p. 99). Il cibo accostato al sangue fa pensare ad un sacrificio rituale: “So che, da bravo cuoco, immergerai nel sugo ristretto del mio sangue (ormai scarso di emazie e piastrine, come quello del filiforme ronzino di Don Chisciotte) le mini-polpette ricavate dall’impasto feroce “della tartara”” (p. 113); “Tu condivi il cibo con il mio sangue” (p. 191). Non manca l’apparizione di una specie di fantasma: “Nella stanza, ai piedi del letto, appare il profilo di una donna che sanguina” (p. 115). Un passo appare come una formula di maledizione: “La conca di sangue nero sarà la tua casa e il tuo letto” (p. 186). Interessante l’accostamento, in due passi quasi somiglianti, del sangue, dell’icona e dello stare in ginocchio, come ad evocare un’atmosfera mistica, di preghiera: “Ti vedo nell’icona del mio sangue, inginocchiato” (p. 117); “Raf le apparve e la salutò con le seguenti parole: – Inginocchiato sono nell’icona del tuo sangue” (p. 193). Rituale è anche il gesto del bere il sangue: “Bevi dalle mie mani il sangue del Tempo” (p. 113); “Hai bevuto il mio sangue come fosse anguria” (p. 187).

Il sangue è legato anche alla memoria. I ricordi sanguinano, sgozzati come fossero vittime sacrificali: “La madre di Mary riuscì a sgozzare anche i ricordi, per farli sanguinare ancora un po’” (p. 94); i ricordi, per Mary, “erano quadri d’anima fissati, con chiodi di sangue, alle pareti del suo cuore” (p. 99). Memoria e sangue interagiscono: “Il sangue di Mary, legandosi al lume della memoria, accelerava nelle vene” (p. 78); “La psiche è una lama ingarbugliata che agita il sangue nelle vene” (p. 89); “Nel Tribunale della Coscienza, fece ingresso, come imputato, l’Amore di Mary che, dentro la gabbia del suo sangue, scontava l’ergastolo” (p. 181); “La mente era un Quartier Generale; rotolava il sangue nella fuga e si salvava a nuoto, mentre ringhiava il Tempo dentro uno scialle vuoto” (p. 190). Affine all’accostamento del sangue con la memoria è il riferimento ai familiari di Mary come “sangue del proprio sangue”, un’espressione comune che nel contesto assume significati tragici: “Nel ripostiglio dell’Anima si affastellavano le frecce scoccate nel Tempo del desiderio di tradire il sangue del proprio sangue; ciò Mary lo respirava a pieni polmoni. Vedeva quelle frecce risorgere, sfiorare il suo fianco e il suo cuore, e diventare petali di sangue in un cerchio di graffi” (p. 81); i familiari di Mary “continuarono ad essere menti annebbiate dentro intestini ciechi, a minare la sua psiche, ostili verso ogni socialità, lontani da ogni contatto umano con lei, sangue del loro sangue” (p. 88).

Passi significativi, sempre con riguardo al termine che stiamo analizzando, riguardano il rapporto fra Mary e Raf, ossia uno dei temi fondamentali del romanzo: “I cuori di Raf e Mary viaggiarono sotto l’ala di una colomba che aveva il sangue raggrumato nel becco” (p. 98). La colomba è simbolo d’amore, ma il sangue raggrumato nel becco implica un aspetto tragico. L’amore di Mary e Raf è associato alla Poesia: “Il mio Amore è Poesia tessuta con fili di seta e di sangue” (p. 105). Il sangue, associato ai pensieri, può essere messo simbolicamente in valigia, sicché l’amante può portarlo con sé: “Hai messo nella tua valigia il sangue dei miei pensieri” (p. 112). In certi passi si sfiora il misticismo: “Saremo un giorno manichini di sangue a festeggiare il buio della luce” (p. 98); “Sono carne, sangue e voce della parola che canta nelle tue vene, e tu sei ala e remo nel mio grembo” (p. 125); “Ad ogni bacio, la stanza di Raf e Mary s’inondava di stupore, cucendo i loro corpi con il sangue delle Stelle” (p. 134). Mary e Raf si sentono trascinati insieme: “La stagione ci trascina insieme, da una riva all’altra, come gocce di sangue” (p. 135); “Nel mare dell’Amore il loro [di Raf e Mary] sangue si mescolava” (p. 182). Talvolta non c’è una serenità completa, appagante, ma un sentore di tragedia o delusione: “Sei stato abile a schiacciare e contaminare il mio sangue, affinché non potesse germogliare in frammenti di ossa” (p. 135); o Raf, tu “lecchi il mio sangue per dipingere i papaveri sulla creta fiorita di ginestra” (p. 156); “Immagino i tuoi dipinti, nel mio dormiveglia: scivolano dalle tele gocce di sangue trasmutandosi in clorofilla, colate di lava e vernice” (p. 108); “Mentre cercavi il tuo cuore tra le mie vertebre, ti ho lasciato l’ultima pennellata del mio sangue” (p. 194). “[Io e raf] ci amavamo nella solitudine dell’ombra; gli affanni bucavano la notte dentro il parto difficile dell’acqua che, mutando colore, sanguinava (il dio Nettuno intiepidiva il mare)” (p. 187). La speranza di una vita felice si ritrova in un dialogo tra Raf e Mary: “Con te non vedrò i mattini sanguinare” (p. 166). Raf e Mary uniscono, nel loro amore, pittura e poesia: “Raf era pittura del giorno, Mary poesia della notte; materia e sangue nel gomitolo dell’Infinito, nella palpebra dell’oroscopo” (p. 182).

Il collegamento più altamente simbolico, tuttavia, è quello fra il sangue, l’inchiostro e la scrittura: “Il sangue colava aprendo fiori d’inchiostro” (p. 76); “Anche nell’inchiostro che li aveva concepiti scorreva il suo stesso sangue” (p. 131). Maria Teresa Liuzzo sottolinea l’urgenza magmatica della sua ispirazione: “Siamo parole sopravvissute alla collera del sangue ribollente, libere di circolare” (p. 98). L’autrice sottolinea la funzione della scrittura come lotta: “Scrittura, carne e sangue dell’Umanità, creature vive che lasciano il cordone ombelicale per divenire guerriere tra la folla dei pensieri e animare la creta di un soffio divino” (p. 103), anche se a volte questa lotta sembra ardua e vana: “L’alchimia della parola non rendeva giustizia a sangue e cuore” (p. 112). Come dal sangue di Medusa nacque Pegaso, il cavallo alato della Poesia, così dal sangue può sgorgare musica: “Dolci melodie nascevano dai miei coaguli di sangue” (p. 111). La Parola possiede un valore talmente vivo che le lettere “sanguinavano giù dalla linea del verso” (p. 118). Lo stesso inchiostro è visto come un essere fatto di carne e sangue: “Per un attimo l’inchiostro smise di sanguinare” (p. 144). Il sangue può essere impastato con le parole da chi lotta per un mondo migliore:

Donne guerriere, super-donne, abbandonavano il Tempio della Vittoria, bistrattate dal Cielo e dal Tempo, impastavano sangue e parole al servizio degli ultimi.

Mary fu una di loro, e il suo sangue scrisse la più bella canzone (p. 159).

La scrittura può apparire crudele, perché è esigente con chi ne fa uso: “Mary esclamò: – Oh mia scrittura, melodia egoica di culla e sentinella di Morte! Amante focoso mi raggiungi ad ogni ora, mi fai nuvola e piuma; mi strappi Anima e sangue e, come un carro funebre, ignori le minacce di un aborto” (p. 165). Mary manifesta lo stesso amore per Raf e per la Poesia, tanto da sovrapporli simbolicamente nella metafora del sangue-inchiostro: “Tu, [Raf] l’Amore Eterno del mio Verso Libero, adesso sangue asciutto nella biro” (p. 176).

Naturalmente il “tema del sangue”, pur ripresentandosi come leitmotiv fra le pagine, come il cappotto rosso della bambina in Schindler’s List, non è conclusivo, in quanto Maria Teresa Liuzzo costella il libro di immagini positive, solari, che contrastano e vincono il negativo rappresentato dal sangue.

Per esempio, splendida è questa immagine estiva: “Il profumo dei fiori avvolgeva il tempo tra i rami del ciliegio” (p. 71); o questa descrizione di un mattino primaverile: “Arrivò il nuovo giorno, sapeva di speranza, e di una Primavera vestita dei rami del mandorlo, mentre le mammole sbucavano da falconare o feritoie nella pietra” (p. 96).

Ma il passo più solare, o aureo, è una descrizione di mietitura, dove tutto è luce, sole, pane, lavoro, gioia:

E venne giugno, tra cinguettii d’uccelli, farfalle, api, allodole, spighe cullate dal vento nelle braccia di un Totem che faceva da spaventapasseri, per bruciare poi come un Fauno tradito. Iniziava la mietitura, gli uomini partivano alle prime luci dell’Alba per la campagna, lasciando a casa le donne a preparare il cibo da portare poi con loro, senza far ritorno, se non a sera.

Chiuso l’uscio, le mietitrici venivano investite dall’odore di mirto e ginestra; la stradina, che attraversavano per giungere al campo, era costeggiata da oleandri rosa. Avevano un andamento sicuro e fiero, in testa anfore d’acqua fresca. Arrivate al campo, le donne si misero sùbito all’opera intonando canti che riecheggiavano sino a valle: sembravano mondine, con il capo riparato da foulard colorati e le gambe nude sotto il sole, a imbrunire l’avorio della pelle.

Si muovevano tra i papaveri come libellule e farfalle su fiordalisi ambrati e capovolti in un intrico di radici.

Le voci allegre delle donne riempivano l’aria e, accarezzando le spighe, le falciavano soffocandovi il tormento del dolore. Il loro grido vegetale e muto rappresentava il Destino delle cose terrene: aleggiava sulle stoppie del pianoro e vagava in sospensione come un pulviscolo di asteroidi (p. 103).

Anche nel cantare l’amore la Parola si apre ad esprimere ampie visioni filosofiche di bellezza cosmica: “Amore mio, tu sei l’Àpeiron, l’Oltre, l’Illimitato. Nei tuoi occhi mi perdo, come un tramonto e, fissando i miei suo tuoi orecchini blu, m’illumino d’Immenso” (p. 110).

Ma il passo che può considerarsi come il succo del Romanzo, e insieme il testamento spirituale di Mary-Maria Teresa Liuzzo è quello sull’indistruttibilità dell’amore. Le parole si collegano alla silloge L’ombra non supera la luce (2006): “Non sempre si può cancellare un Amore; qualche volta è davvero impossibile, come è impossibile che il buio superi la luce: la Vita vince sempre sulla Morte, il buio non supererà mai la Luce” (p. 184).

Antonio Risi

 

[1] MARIA TERESA LIUZZO, Non dirmi che ho amato il vento!, Romanzo, con Introduzione di Mauro Decastelli e Note Biografiche e Bibliografiche dell’Autrice, Reggio calabria, A.G.A.R. Editrice 2021, pp. 208

 

la cultura nel mondo 22

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