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Racconto e biografia di Menda Vreto

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Racconto di Menda Vreto

Il giardino che mi ha restituito la vita

Storia vera

Avevo avuto tutto nella vita. Avevo studiato a lungo, svolto un lavoro che molti sognano, viaggiato in tanti Paesi, posseduto case, mobili, oggetti preziosi. Non mi mancava nulla di ciò che il denaro può comprare. Eppure, giunto alla vecchiaia, mi accorsi che dentro di me si era aperto un vuoto che nessuna ricchezza era in grado di colmare. Le persone che avevo amato non c’erano più: una dopo l’altra erano state portate via dagli anni. Mi restavano i ricordi, ma i ricordi non parlano, non rispondono, non abbracciano.
Ora mi trovo qui, paralizzato in un letto, ma con la mente ancora lucida. A volte penso che questa sia l’unica libertà che mi è rimasta: quella di pensare. Perché a cosa servono le gambe se la mente non sa più comprendere? A cosa serve attraversare il mondo se, a un certo punto, non si riesce più a comprenderne il senso?
Per qualche tempo vissi in una casa di riposo. Non ci andai per scelta, ma per necessità, perché non avevo nessuno che potesse occuparsi di me. All’inizio pensai che fosse la soluzione giusta: c’erano assistenza, persone gentili, ordine. Ma, lentamente, compresi il prezzo di tutto questo. Non era la fatica fisica a pesare di più, bensì la perdita della libertà. Dipendere dagli altri per ogni gesto, anche il più semplice, cambia il modo in cui si guarda sé stessi.
Ogni mattina mi svegliavo molto presto. Il mio compagno di stanza gridava nella notte. Chiamava sua madre, suo padre, i suoi figli, come se parlasse a persone lontane o scomparse, forse rimaste prigioniere di un tempo che per lui continuava ancora a esistere. Io restavo sveglio ad ascoltarlo nel buio e pensavo a quanto la mente umana possa smarrirsi, cercando rifugio in ciò che non c’è più. Poi arrivava il mattino e perfino la colazione diventava un piccolo evento, non per gioia, ma perché interrompeva il lungo silenzio della notte.
Ogni cosa aveva il suo orario: alzarsi, mangiare, riposare, uscire. Io avevo sempre amato la libertà e quella disciplina continua finiva per farmi sentire un ospite nella mia stessa vita. Nel soggiorno comune eravamo in tanti: uomini e donne con storie diverse, riuniti nello stesso luogo. Qualcuno rideva senza motivo, qualcuno parlava da solo, qualcuno batteva le mani davanti alla televisione senza comprendere ciò che vedeva. Io avrei voluto leggere un libro, ma era quasi impossibile. Non provavo giudizio verso nessuno. Sentivo soltanto una profonda tristezza e una paura silenziosa: quella del tempo che lentamente cambia e consuma le persone.
Anche i pasti erano difficili. Un giorno un uomo seduto accanto a me si pulì le mani sui miei vestiti senza rendersene conto. Un’altra volta mi ritrovai vicino a una donna che parlava senza fermarsi mai, dalla mattina alla sera, senza logica, senza respiro. Cambiai posto, poi lo cambiai ancora, ma alla fine capii che non esisteva un luogo migliore. Esisteva soltanto la condizione umana, diversa in ogni persona e uguale nella sua fragilità. C’era chi non aveva figli, chi li aveva lontani, chi era stato dimenticato e chi, semplicemente, non poteva più essere seguito da nessuno.
La notte era la parte più dura. Io non prendevo sonniferi: volevo restare lucido. Il mio compagno, invece, li assumeva. Si addormentava e poi, verso le tre del mattino, si risvegliava ricominciando a chiamare sua madre, suo padre, i suoi figli.
Una notte, stremato, non sentii subito il rumore. Aveva tentato di scavalcare le sbarre del letto ed era caduto. Quando aprii gli occhi vidi il pavimento macchiato di sangue. Arrivarono gli infermieri, poi l’ambulanza. Luci, voci, passi affrettati. Lo portarono via. Dopo alcuni giorni tornò con una fasciatura sulla fronte, ma da quel momento peggiorò. Gridava più di prima, dormiva sempre meno e sembrava ormai perduto in un mondo che nessun altro poteva vedere.
Chiesi di cambiare stanza. Mi trasferirono accanto a un uomo più giovane, ma già consumato dalla demenza. Camminava avanti e indietro senza fermarsi mai, per ore, per giorni, come se cercasse un’uscita invisibile. Poi cambiai ancora e trovai un uomo sempre a letto, silenzioso. Per la prima volta ebbi un po’ di pace. Potevo leggere, guardare un film, respirare il silenzio.
Eppure, dopo circa un mese, accadde qualcosa che non avrei mai immaginato. Cominciai a sentire la mancanza del mio primo compagno, quello che gridava nella notte. Mi mancava la sua presenza, perché almeno era un segno di vita, anche se confusa. Fu allora che compresi una verità che non avevo mai considerato: perfino il rumore della sofferenza può diventare una forma di compagnia.
Fu in quel momento che decisi di tornare a casa. Avevo ancora una casa, un giardino, alberi e fiori. Chiamai qualcuno che potesse aiutarmi e lasciai la struttura. Quando attraversai il cancello della mia proprietà, piansi. Non per dolore, ma per la sensazione di essere finalmente tornato alla vita.
Il giardino era sempre lo stesso. Eppure io lo vedevo con occhi nuovi. Ogni mattina osservavo il cielo, ascoltavo gli uccelli, seguivo il vento che faceva tremare le foglie. Un giorno vidi un riccio attraversare lentamente il prato e rimasi a guardarlo come si guarda qualcosa di sacro. Il giardino non era cambiato. Ero cambiato io.
Poi arrivò il cane. Non lo considerai mai un semplice animale. Era una presenza discreta, fedele, silenziosa. Quando ero triste si avvicinava; quando rimanevo immobile, restava accanto a me; quando stavo meglio, sembrava accorgersene prima ancora di me.
Un giorno non riuscivo ad alzarmi dal letto. Non avevo forza. Il cane rimase seduto accanto a me per ore, senza muoversi, guardandomi come se aspettasse il mio ritorno. E io piansi, perché compresi che esiste un amore che non pretende nulla e che, proprio per questo, è forse il più puro.
Qualche anno dopo tornai a visitare la casa di riposo. Molte delle persone che avevo conosciuto non c’erano più. Anche il mio ultimo compagno di stanza era morto. Le stanze erano rimaste uguali, ma le vite erano cambiate.
Quando uscii mi fermai in un bar pieno di gente. C’erano giovani, anziani, famiglie, persone che parlavano e ridevano. Io passavo tra loro con la mia carrozzina e, con naturalezza, mi lasciavano spazio. In quell’istante compresi la differenza tra esistere e vivere.
Tornai a casa. Il cane e il gatto mi aspettavano. Entrammo insieme. Quella sera rimasi a lungo davanti alla finestra aperta. Entrava l’aria fresca, entrava il profumo del giardino, entrava la vita.
Fu allora che capii che la felicità non era mai stata lontana. Era sempre rimasta lì, nascosta nel silenzio degli alberi, nel canto degli uccelli, nella fedeltà di chi resta accanto senza chiedere nulla.
Se oggi dovessi lasciare un solo pensiero a chi leggerà queste righe, direi questo: non aspettate. La vita non passa facendo rumore. Sussurra. E molto spesso lo fa proprio mentre crediamo di avere ancora tutto il tempo del mondo.

Menda Vreto è una scrittrice albanese che vive e opera in Italia. È autrice di diverse opere pubblicate in lingua italiana e collabora regolarmente con riviste online e cartacee, sulle quali pubblica articoli e testi letterari.
Attraverso la sua attività creativa ha ottenuto importanti riconoscimenti letterari. Tra questi spicca il Premio della Giuria Speciale al concorso letterario Il Silenzio Uccide, dove la sua opera è stata apprezzata e inserita nell’antologia del concorso. La sua produzione letteraria è stata inclusa anche in antologie internazionali, contribuendo a collocare il suo nome in un panorama letterario più ampio.
Il suo primo libro ha attirato l’attenzione anche della prestigiosa rivista Marie Claire, che le ha dedicato uno spazio speciale, valorizzando l’opera e il suo percorso come autrice.

Menda Vreto porta con orgoglio il cognome Vreto, legato alla figura illustre del Rinascimento Nazionale Albanese, Jani Vreto. Considera questa eredità un importante valore culturale e storico, una fonte di ispirazione nel suo percorso creativo.

 

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