Tensione altissima tra Stati Uniti e Iran, in un nuovo capitolo dello scontro che mescola minacce militari, diplomazia fragile e strategie energetiche globali. Il presidente americano Donald Trump torna a evocare la possibilità di raid contro Teheran, mentre dalla Repubblica Islamica arrivano avvertimenti duri ma anche segnali di apertura a un negoziato.
In un post pubblicato su Truth, Trump ha dichiarato di essere pronto a esaminare un piano inviato dall’Iran per un possibile accordo, ma ha subito alzato i toni: “Non riesco a immaginare cosa sia accettabile, dal momento che non hanno ancora pagato un prezzo sufficientemente alto per ciò che hanno fatto all’umanità e al mondo negli ultimi 47 anni”. Parole che lasciano intendere come l’opzione militare resti sul tavolo.
Dall’altra parte, Teheran risponde senza arretrare. Il capo della magistratura iraniana, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha chiarito su X che il Paese non cerca un’escalation, ma non esiterà a reagire: “Non accogliamo con favore la continuazione della guerra, ma non la temiamo nemmeno. Combatteremo se la nostra dignità sarà minacciata”.
Ancora più netta la posizione delle Guardie rivoluzionarie (Pasdaran), secondo cui Trump “deve scegliere tra un’operazione impossibile e un cattivo accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran”. Una dichiarazione che sottolinea come, a giudizio di Teheran, lo spazio decisionale degli Stati Uniti sia ormai limitato.
Nel frattempo, emergono dettagli su una proposta iraniana riportata da Axios: Teheran avrebbe offerto un mese di negoziati per raggiungere un’intesa complessiva che includa la riapertura dello Stretto di Hormuz, la fine del blocco navale statunitense e la conclusione delle ostilità in Iran e Libano. Un piano ambizioso che, se confermato, segnerebbe un tentativo concreto di uscita dalla crisi.
Ma proprio lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più delicati. Secondo media iraniani, il Parlamento di Teheran sarebbe pronto ad approvare una legge per limitare il transito delle navi: stop totale a quelle israeliane e nuove condizioni per quelle provenienti da Paesi considerati ostili, tra cui gli Stati Uniti, che potrebbero essere obbligati a pagare riparazioni di guerra. Tutte le altre imbarcazioni dovrebbero ottenere un’autorizzazione preventiva.
Sul fronte occidentale, la crisi si intreccia con le relazioni transatlantiche. Trump avrebbe messo nel mirino anche l’Europa, minacciando il ritiro di oltre 5.000 soldati americani dalla Germania entro 6-12 mesi e ventilando una revisione più ampia della presenza militare Usa nel continente, che conta circa 90.000 uomini e 40 basi. Tra i Paesi criticati figurano anche Italia e Spagna. La Nato osserva con preoccupazione, mentre cresce la pressione per rafforzare una difesa europea autonoma.
In questo contesto, si inserisce la missione diplomatica del segretario di Stato Marco Rubio, atteso tra giovedì e venerdì in Italia. In agenda incontri in Vaticano con il cardinale Pietro Parolin e a Roma con i ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto, con l’obiettivo di favorire un “disgelo” in uno scenario internazionale sempre più instabile.
La situazione resta fluida e carica di incognite: tra minacce militari, proposte negoziali e tensioni globali, il rischio di un’escalation resta concreto, ma non mancano spiragli per una possibile trattativa.









