NAPOLI – 14 febbraio 2026. La campagna per il referendum confermativo sulla riforma della giustizia (urne aperte domenica 22 e lunedì 23 marzo) entra nella sua fase più aspra e il nome di Nicola Gratteri resta al centro della tempesta. A innescarla, le parole con cui il procuratore capo di Napoli – schierato per il No – ha sostenuto che a votare Sì sarebbero anche “indagati”, “imputati”, “massoneria deviata” e “centri di potere”.
Nelle ultime ore, 51 magistrati hanno diffuso una lettera in cui criticano duramente le esternazioni del procuratore, puntando il dito contro “l’assordante silenzio” dell’Anm e chiedendo scusa “ai cittadini che si sono sentiti oltraggiati”. La chiosa è una sfida: “Aumentano le adesioni dei magistrati che votano Sì: ci indaghi tutti, signor Gratteri”.
Sul fronte istituzionale, la polemica è arrivata a Palazzo Bachelet. Da un lato, una nota firmata da 20 consiglieri (18 togati e 2 laici) invita ad abbassare i toni e contesta la “caccia alla frase”: concentrarsi sulle singole parole “distorce il senso delle argomentazioni” e sposta il confronto dal merito della riforma. Nello stesso testo, i firmatari sostengono che, in un Paese segnato dalla presenza della criminalità organizzata, interrogarsi su possibili “interessi e convenienze, anche criminali” attorno a una riforma “non è un’eresia”, pur richiamando “rigore e misura” e il rispetto della libertà di voto.
Dall’altro lato, resta l’avvertimento: il Csm non può essere trascinato nel dibattito referendario con annunci mediatici di iniziative disciplinari, anche perché l’azione disciplinare – ricordano – spetta al ministro della Giustizia e al Procuratore generale in Cassazione.
Intanto, una pratica è stata comunque aperta per valutare profili disciplinari legati alle dichiarazioni di Gratteri, mentre lui si difende sostenendo di essere stato “frainteso”.
Oggi, in un’intervista, Gratteri respinge l’idea di un passo indietro: dice di non essere “pentito”, parla di clima di “intimidazione” e precisa la sua tesi: “Non ho detto che chi vota Sì fa parte” di quelle realtà; sostiene di aver detto che anche quei mondi avrebbero convenienza a votare Sì e invita a leggere “con la grammatica italiana davanti”.
Nel centrodestra si moltiplicano gli affondi: dal pressing per le scuse alle valutazioni sull’“idoneità” del magistrato a ricoprire il ruolo, fino alle nuove bordate sul tema dei test per le toghe.
Sul fronte opposto, il campo del No prova a ricompattarsi e a riportare la discussione sul merito della riforma, accusando la maggioranza di politicizzare lo scontro.
Nel frattempo, i numeri mostrano un quadro in movimento: secondo l’ultimo sondaggio Noto per Porta a Porta, il Sì sarebbe al 53% e il No al 47%, con un’affluenza stimata al 43%.
Due settimane prima, sempre secondo Noto, il Sì risultava più largo: 59% contro 41%, con affluenza al 45%.
Il referendum riguarda modifiche costituzionali che includono la separazione delle carriere tra giudici e pm, la previsione di due Csm distinti e l’istituzione di una Alta corte disciplinare. È un referendum confermativo: non è previsto quorum.









