LA FIGURA DEL POETA UNIVERSALE CHE PORTA LA SPERANZA IN UN’“ARCA DI NOÈ”, MA CHE SPESSO RESTA SOLO – UN ROBINSON NELLA TERRA DELL’ALTRO
Riflessione sulla poesia “Emigrante tardivo” di Faruk Myrtaj
di Robert Martiko
Questa poesia è un’elegia filosofica sull’identità sradicata, sull’uomo che viaggia non solo oltre i confini geografici, ma anche oltre se stesso, spostato nello spazio e nel tempo, tra due mondi che nessuno dei quali lo abbraccia pienamente. Il soggetto poetico non si presenta come un eroe, ma come un neonato ricreato nel dolore, un essere che cerca rifugio, non trionfo, e che tenta di rinascere per la seconda volta – in una terra che non gli appartiene, ma dove aspira ad essere incluso senza invadere.
Le potenti metafore – “Colombo tardivo”, “neonato dell’Altra”, “uccello nel guscio d’uovo” – non sono solo immagini letterarie, ma profonde espressioni di un’esperienza universale dell’emigrazione: la sensazione di provvisorietà nella permanenza, di estraneità dentro sé stessi, di una nascita senza diritto a essere “nativo”. Il poeta non cerca eroismi per essere accettato; cerca semplicemente l’umanità del calore, un “gesto” che diventa il pannolino dell’anima.
Il poeta problematizza la propria esistenza come un paradosso silenzioso: ha attraversato oceani, è arrivato, ma resta sospeso, instabile. È un “tronco” che forse cadrà prima di mettere radici. Questa incertezza perenne, questa tensione tra la possibilità di rinascita e la paura della caduta, conferisce alla poesia una dimensione profondamente esistenziale, dove la stessa vita diventa una prova implacabile di appartenenza.
Questa esperienza poetica è direttamente collegata al pensiero di Julia Kristeva sull’“estraneità interiore” (fremdheit). Secondo lei, l’emigrante è non solo l’altro per la società che lo accoglie, ma anche l’altro di sé stesso – una persona che non è mai pienamente in un luogo, perché dentro di sé esiste una frattura tra la memoria e il presente. Il poeta di questa poesia è proprio questo essere: diviso, intermedio, ma comunque in cerca di un nuovo linguaggio per vivere senza essere escluso.
In questo modo, “Emigrante tardivo” dello scrittore e poeta Faruk Myrtaj non è solo una voce personale, ma la figura del poeta universale che porta speranza in un’“Arca di Noè”, ma che spesso resta solo – un Robinson nella terra dell’altro, con pensieri profondi che cercano di essere compresi prima di abbandonare fisicamente la vita.
EMIGRANTE TARDIVO
– solidarietà con i poeti che hanno sperato nell’Arca di Noè –
Troppe pulsazioni, Colombo Tardivo…
Cerco solo un seno, un porto per la mia barca,
è così difficile?!
Mi serve un po’ di tempo, e a voi un po’ di pazienza…
Sono uscito da Me Stesso, fuggito da Casa…
Provo a rinascere anche qui,
non dico nativo, ma uomo tra voi,
Ogni giorno, ogni istante, assottiglia i muri tra due vite,
Non sapete molto di me?! Ve lo dico io:
potete diventare Madre, e partorire il figlio di un’Altra?
Ogni vostra parola, ogni gesto, un pannolino caldo
mi rende più docile,
cerco di sentirmi neonato tranquillo,
anche se con l’aspetto di un uomo adulto,
Secoli in ritardo, nella terra promessa ad altri un tempo…
Attenzione… quando camminate su di me… per caso
non sentirete il grido, l’uccello picchia il guscio dell’uovo
tra onde oceaniche sono arrivato e l’ho attraversato…
O dovrò rinascere come tronco qui
solo per crollare… quando verrà l’ora?!
E tornare morto
nella Casa dove ancora si fatica a vivere da vivi…
Non suonerebbe bene la voce del ‘Colombo disperato’
che la Nuova Terra mai ha Promesso
Ha solo gridato, come Robinson solitario…











