lunedì, Ottobre 12, 2026
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ROMA — DIECIMILA MILITARI IN STRADA: LA SICUREZZA CAMBIA VOLTO

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Dalla Commissione Difesa della Camera arriva il via libera alla risoluzione che punta a rafforzare “Strade Sicure”: 3.200 militari in più, presidi estesi a 61 capoluoghi oggi senza dispositivo e nuove assunzioni nell’Arma dei Carabinieri. Una svolta che riaccende il confronto sul confine tra sicurezza urbana, compiti delle Forze armate e necessità di rafforzare stabilmente le forze di polizia. Roma decide di alzare il livello. Non con uno slogan. Non con una promessa da campagna elettorale. Ma con una risoluzione approvata dalla Commissione Difesa della Camera che punta a portare il dispositivo di “Strade Sicure” dagli attuali circa 6.800 militari fino a quota 10mila. Tre numeri, 6.800, 10mila, 3.200. Dietro queste cifre c’è una scelta politica e istituzionale destinata a riaccendere il dibattito sulla sicurezza nelle città italiane. La Commissione Difesa ha dato il via libera al testo promosso dal deputato della Lega Eugenio Zoffili, primo firmatario della risoluzione. Il voto ha registrato il sostegno della maggioranza. Il provvedimento prevede l’impiego urgente di almeno altri 3.200 militari, subordinando però il rafforzamento alla copertura finanziaria e agli adeguamenti logistici, formativi e normativi necessari. La fotografia attuale è precisa. Il dispositivo finanziato comprende circa 6mila militari impegnati in “Strade Sicure” e altri 800 destinati a “Stazioni Sicure”. Con l’eventuale incremento indicato nella risoluzione, il contingente complessivo arriverebbe a 10mila uomini e donne delle Forze armate impiegati sul territorio nazionale. E allora la domanda arriva inevitabile: perché aumentare i militari? La risposta politica è legata alla necessità di rafforzare la presenza dello Stato nei luoghi considerati più sensibili. Città. Stazioni ferroviarie. Siti strategici. Obiettivi sensibili. Presidi dove la presenza uniforme dello Stato viene considerata uno strumento di prevenzione e deterrenza. La risoluzione prevede inoltre di estendere il dispositivo ai 61 capoluoghi di provincia che oggi non dispongono di questo tipo di presidio. Ma la questione non finisce davanti alle stazioni ferroviarie. Perché dentro questo provvedimento c’è un altro tema: quello degli organici delle forze dell’ordine. Il testo prevede infatti anche iniziative per l’assunzione di nuovi carabinieri. L’obiettivo indicato è accompagnare progressivamente il rafforzamento militare con un incremento delle forze di polizia dedicate stabilmente al controllo del territorio. Ed è proprio qui che la politica si è divisa, prima di trovare una sintesi. La Lega ha spinto con forza per l’aumento del contingente. Forza Italia e Fratelli d’Italia hanno mantenuto nelle settimane precedenti un approccio più prudente. Il confronto interno alla maggioranza ha accompagnato l’iter della risoluzione fino alla mediazione che ha portato al voto favorevole in Commissione. Non è un dettaglio. Perché “Strade Sicure” non nasce oggi. L’operazione è partita nel 2008 e da allora ha portato personale delle Forze armate a svolgere attività di vigilanza e presidio in aree urbane, presso infrastrutture e siti sensibili. Nel tempo è diventata una componente stabile del dispositivo nazionale di sicurezza. Ma proprio questa trasformazione ha alimentato una domanda che ritorna ciclicamente: fino a che punto l’Esercito può essere impiegato per compiti di sicurezza interna e quanto, invece, occorre investire sulle forze di polizia? La risposta non è soltanto politica. È anche organizzativa. I militari non sostituiscono integralmente le forze dell’ordine. Operano nell’ambito delle funzioni e delle regole previste per l’operazione e non hanno gli stessi compiti delle forze di polizia. Lo stesso confronto parlamentare ha evidenziato la necessità di favorire nel tempo un maggiore impiego di personale dell’Arma dei Carabinieri e di riportare progressivamente le risorse militari verso le funzioni proprie dello strumento militare. E qui la domanda diventa ancora più scomoda: se servono più uomini nelle strade, perché non accelerare soprattutto il reclutamento delle forze di polizia? Se le stazioni hanno bisogno di sicurezza, perché il sistema deve affidarsi ancora una volta anche a personale militare? E soprattutto: quanto costerà davvero portare il contingente a 10mila unità? La risoluzione indica chiaramente che l’aumento dovrà essere accompagnato dalla necessaria copertura finanziaria e dagli adeguamenti logistici, formativi e normativi. Quindi il passaggio dalla carta alla strada non è automatico. Servono risorse. Servono strutture. Servono uomini formati. Servono turnazioni. Servono mezzi. Serve una distribuzione territoriale che non trasformi l’annuncio dei 10mila militari in un numero semplicemente scritto su un documento parlamentare. Il testo, dunque, non equivale ancora alla presenza immediata di 3.200 militari aggiuntivi davanti alle stazioni italiane. È un indirizzo rivolto al Governo. È un impegno politico e istituzionale che dovrà essere tradotto attraverso gli strumenti necessari. E questo passaggio sarà decisivo. Perché tra dire “10mila militari” e averne davvero 10mila operativi sul territorio c’è una macchina organizzativa complessa. C’è il reclutamento. C’è la formazione. Ci sono i trasferimenti. Ci sono i turni. Ci sono le dotazioni. C’è il coordinamento con prefetture, questure, comandi provinciali e amministrazioni locali. C’è soprattutto la necessità di stabilire dove quei militari dovranno essere impiegati e con quali priorità. La risoluzione guarda in particolare ai 61 capoluoghi di provincia che oggi non dispongono del dispositivo. Significa che la presenza potrebbe essere estesa a territori finora esclusi dalla mappa dei presidi militari. Ma sicurezza significa anche percezione. Una divisa davanti a una stazione produce un effetto immediato. È visibile. È riconoscibile. È la rappresentazione fisica della presenza dello Stato. Ma la sicurezza non si esaurisce nella visibilità. Dietro una pattuglia devono esserci indagini, prevenzione, intelligence, controllo del territorio, interventi giudiziari, servizi sociali, illuminazione urbana, videosorveglianza, riqualificazione delle aree degradate e capacità amministrativa. Un militare può presidiare un punto sensibile. Non può da solo risolvere le cause profonde della criminalità. Ed è questo il nodo che la politica dovrà affrontare mentre discute di numeri. Perché aumentare la presenza dello Stato è una cosa. Costruire sicurezza stabile è un’altra. Le due cose possono procedere insieme, ma non sono la stessa cosa. Il governo, secondo quanto previsto dal testo, dovrà inoltre accompagnare il rafforzamento militare con nuove assunzioni nell’Arma. È un passaggio importante perché segnala la volontà di non considerare “Strade Sicure” come una sostituzione permanente delle forze dell’ordine, ma come uno strumento da utilizzare mentre si rafforzano gli organici dedicati al controllo del territorio. E proprio sugli organici si concentra una parte del dibattito. Per anni il problema è stato quello della carenza di personale. Turni pesanti. Reparti sotto organico. Età media elevata. Compiti crescenti. Territori sempre più complessi. Se la richiesta è avere più sicurezza nelle città, il problema non può essere affrontato soltanto aumentando il numero dei militari impiegati temporaneamente nei presidi. Serve anche una programmazione pluriennale delle assunzioni. Serve continuità. Serve personale specializzato. Serve capacità investigativa. Serve una presenza quotidiana che non finisca quando termina il turno di “Strade Sicure”. La scelta della Commissione Difesa riporta quindi al centro una vecchia questione italiana: chi deve garantire la sicurezza delle nostre città? La risposta istituzionale è articolata. Le Forze di polizia hanno i compiti propri di prevenzione e repressione dei reati. Le Forze armate possono essere impiegate, nell’ambito previsto dalla legge e dai dispositivi autorizzati, per specifiche esigenze di vigilanza e sicurezza. Il nuovo indirizzo parlamentare punta a rafforzare entrambe le dimensioni, almeno sul piano delle intenzioni. Più militari nell’immediato. Più carabinieri nel percorso successivo. Ma sarà l’attuazione concreta a dire se questo equilibrio funzionerà. Nel frattempo il messaggio politico è arrivato forte. La maggioranza ha trovato una sintesi dopo le tensioni interne. La Lega ha ottenuto il rafforzamento del contingente che chiedeva da mesi. Forza Italia e Fratelli d’Italia hanno partecipato alla soluzione condivisa. La risoluzione è passata in Commissione Difesa. Ora però arriva la parte più difficile. Quella in cui i numeri devono diventare uomini. Le parole devono diventare pattuglie. I documenti devono diventare presidi. E i presidi devono produrre sicurezza reale. È qui che si misurerà la scelta. Perché un conto è annunciare 10mila militari. Un altro è garantire che quei 10mila uomini e donne siano adeguatamente formati, equipaggiati, coordinati e impiegati dove servono davvero. La domanda finale è dunque inevitabile: lo Stato sta aumentando la propria presenza oppure sta semplicemente distribuendo più divise nelle strade? La differenza è enorme. E sarà il territorio a dare la risposta. Non i comunicati. Non le dichiarazioni. Non i numeri. Le stazioni. Le piazze. I quartieri. I cittadini. Saranno loro, ogni giorno, a capire se quel nuovo dispositivo avrà cambiato davvero qualcosa. Perché la sicurezza non si misura soltanto contando quanti uomini sono in servizio. Si misura nella capacità dello Stato di esserci, prima che accada qualcosa, quando accade qualcosa e soprattutto dopo. Con prevenzione. Con indagini. Con giustizia. Con personale sufficiente. Con istituzioni coordinate. Con una presenza che non sia soltanto visibile, ma efficace. La partita dei 10mila militari, dunque, è appena cominciata.

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