Roma. Il terremoto è arrivato. Ma adesso bisogna capire dove porterà le sue scosse. Report cambia volto. Sigfrido Ranucci non sarà più alla conduzione e la Rai si prepara a una nuova fase del programma. Una decisione destinata inevitabilmente a far discutere, perché Report non è una trasmissione come le altre. È uno dei marchi più riconoscibili del giornalismo d’inchiesta italiano. Prima Milena Gabanelli, poi Ranucci, che dal 2017 ne ha assunto la conduzione dopo essere stato per anni parte della squadra autoriale. Una storia lunga. Pesante. Costruita su inchieste, documenti, testimonianze, polemiche e confronti spesso durissimi. Ora arriva il cambio. La Rai ha annunciato la nuova conduzione affidata a Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, mentre sul futuro editoriale del programma si apre una discussione che va ben oltre i nomi davanti alla telecamera. Perché la domanda vera non è soltanto chi condurrà Report. La domanda è che cosa sarà Report nella sua prossima stagione. E qui la redazione ha fatto sentire la propria voce. Gli inviati storici hanno espresso forti perplessità sulle decisioni assunte e hanno sottolineato l’importanza di preservare l’identità professionale della trasmissione. Allo stesso tempo, la scelta di Claudia Di Pasquale è stata accolta positivamente, con parole particolarmente significative: la giornalista è stata indicata come una delle figure più rappresentative dello spirito e del DNA di Report. Un riconoscimento che dice molto sulla direzione auspicata dalla squadra. Continuità, prima di tutto. Continuità nel metodo. Continuità nella cultura dell’inchiesta. Continuità nella libertà di approfondire temi complessi. Il punto centrale diventa così l’autonomia giornalistica. Gli inviati hanno espresso fiducia nella capacità della nuova conduzione e dei nuovi coautori di garantire alla squadra la consueta autonomia e libertà professionale. È una richiesta importante. Ma è anche una richiesta che dovrà essere valutata sui fatti. Perché l’autonomia di una redazione non si misura con i comunicati. Si misura con quello che arriva sullo schermo. Con le inchieste. Con gli argomenti scelti. Con il modo in cui vengono documentati. Con la possibilità di ascoltare tutte le parti coinvolte. Con la capacità di porre domande difficili senza trasformare il giornalismo in una semplice contrapposizione politica. È questo il terreno sul quale si giocherà la nuova stagione. Report, negli anni, ha costruito la propria reputazione proprio attraverso un giornalismo fondato sulla ricerca dei documenti, sulla verifica delle informazioni, sulle testimonianze e sull’approfondimento. Un lavoro spesso lungo e complesso, che comincia molto prima della messa in onda. Un’inchiesta nasce da una segnalazione. Da un documento. Da una domanda. Da una contraddizione. Poi arrivano le verifiche, le interviste, i sopralluoghi, il confronto con le persone chiamate in causa e la ricostruzione dei fatti. Il risultato finale è soltanto l’ultimo anello di una catena molto più lunga. Ed è proprio questa macchina giornalistica che la squadra vuole preservare. Non significa necessariamente rifiutare il cambiamento. Significa chiedere che il cambiamento non cancelli il patrimonio professionale costruito nel tempo. Claudia Di Pasquale rappresenta, in questo senso, un elemento di continuità interna. Entrata a Report nel 2011, ha lavorato per anni all’interno della squadra e ha realizzato numerose inchieste. La sua esperienza può quindi diventare un punto di raccordo tra la storia del programma e la nuova fase. Una scelta che, almeno nelle intenzioni, punta a evitare una rottura netta con il passato. Ma intorno alla trasmissione continua a pesare anche il clima politico. Report è da sempre una trasmissione capace di provocare reazioni. Alcune inchieste hanno ricevuto apprezzamenti. Altre hanno suscitato contestazioni e critiche da parte di esponenti politici, amministratori e soggetti chiamati in causa. È fisiologico, in parte, quando si fa giornalismo d’inchiesta. Il potere non sempre gradisce le domande. Ma proprio per questo il programma deve mantenere uno standard elevatissimo di verifica e di correttezza. Non basta essere scomodi. Bisogna essere solidi. Non basta fare rumore. Bisogna dimostrare ciò che si racconta. Non basta formulare una domanda. Bisogna dare al pubblico gli strumenti per comprendere la risposta. Questa è la vera forza dell’inchiesta. Ed è anche il suo limite più delicato. Perché un errore, una ricostruzione incompleta o una contestazione non adeguatamente rappresentata possono compromettere la credibilità di un lavoro durato mesi. La vicenda di Ranucci si inserisce in questo scenario già complesso. Il giornalista è stato al centro negli ultimi mesi di diverse polemiche, alcune delle quali legate alla vicenda dell’attentato subito nel 2025 e ad altri episodi riportati dalla stampa. Su queste questioni sono state espresse versioni differenti e sono intervenuti anche esponenti politici. È fondamentale, però, distinguere le accuse dalle responsabilità eventualmente accertate. Non tutte le contestazioni pubbliche equivalgono a fatti giudiziariamente provati e non tutte le ricostruzioni mediatiche possono essere considerate definitive. È una distinzione essenziale, soprattutto quando la pressione mediatica diventa enorme. Ranucci ha respinto diverse contestazioni e ha sostenuto pubblicamente di essere stato oggetto di ricostruzioni che ritiene false o distorte. I suoi critici, dal canto loro, hanno chiesto chiarimenti su alcune vicende. La magistratura è chiamata a occuparsi degli aspetti di propria competenza. La Rai dovrà invece spiegare e sostenere le proprie scelte sul piano editoriale e aziendale. Sono piani diversi. Confonderli significa soltanto aumentare la confusione. Anche le reazioni politiche alla sostituzione di Ranucci hanno contribuito ad alimentare il dibattito. Matteo Salvini ha commentato la decisione con parole favorevoli, definendola una scelta giusta. Altri esponenti politici hanno espresso valutazioni differenti. È il normale terreno dello scontro politico. Ma proprio perché Report è un programma del servizio pubblico, la questione merita di essere osservata senza semplificazioni. Definire automaticamente una scelta editoriale come censura sarebbe improprio senza elementi concreti. Allo stesso modo, considerare ogni decisione della Rai come una semplice riorganizzazione aziendale senza interrogarsi sulle conseguenze editoriali sarebbe altrettanto riduttivo. La trasparenza diventa quindi fondamentale. La Rai dovrà dimostrare che il cambiamento è legato a precise valutazioni editoriali e organizzative e che il nuovo Report avrà piena possibilità di continuare a svolgere il proprio lavoro giornalistico. Saranno le puntate a parlare. Saranno le inchieste a dare la risposta. Saranno i contenuti a mostrare se ci sarà continuità oppure una trasformazione più profonda. E qui arriva la parte più interessante della storia. Perché cambiare conduttore non significa necessariamente cambiare natura a un programma. Una trasmissione può rinnovarsi e contemporaneamente mantenere il proprio metodo. Può cambiare linguaggio senza rinunciare alla propria identità. Può introdurre nuovi volti senza cancellare la propria memoria. La vera sfida sarà trovare questo equilibrio. Presutti e Piervincenzi avranno un compito difficile. Entreranno in uno spazio televisivo con una storia enorme alle spalle e con un pubblico abituato a un determinato stile. Non saranno soltanto chiamati a condurre. Dovranno contribuire a costruire un nuovo rapporto con il pubblico senza perdere la credibilità accumulata negli anni. E la credibilità, nel giornalismo, non si eredita. Si conquista puntata dopo puntata. Con il lavoro. Con le verifiche. Con il contraddittorio. Con la capacità di correggere eventuali errori. Con il coraggio di affrontare temi delicati anche quando possono provocare reazioni. La partita, dunque, è aperta. Ranucci rappresenta una parte importante della storia recente di Report. La sua uscita chiude un capitolo. Ma non necessariamente chiude la storia del programma. Adesso la responsabilità passa alla nuova squadra. E soprattutto passa alla Rai, che dovrà dimostrare con i fatti che il rinnovamento può convivere con l’indipendenza editoriale. Non servono proclami. Servono inchieste. Non servono slogan sulla libertà. Serve esercitarla nel rispetto delle regole professionali. Non servono guerre politiche. Serve informazione verificata. È qui che il nuovo Report verrà giudicato. Non dalle dichiarazioni dei partiti. Non dalle polemiche sui social. Non dai titoli più rumorosi. Ma dalla qualità del giornalismo. Dalla capacità di raccontare il potere senza trasformare ogni servizio in una battaglia politica. Dalla capacità di ascoltare tutte le parti. Dalla capacità di distinguere fatti, accuse, opinioni e responsabilità accertate. È una linea sottile. Ma è quella che separa il giornalismo d’inchiesta dal semplice spettacolo della polemica. La nuova stagione, quindi, parte sotto pressione. Ma non è ancora scritta. Il cambio di conduzione può essere una rottura oppure una trasformazione. Può essere un nuovo inizio oppure soltanto un passaggio. Lo diranno le inchieste. Lo dirà il pubblico. E soprattutto lo dirà il modo in cui la Rai saprà garantire alla redazione lo spazio necessario per fare il proprio mestiere. Report può cambiare volto. Può cambiare conduzione. Può cambiare struttura. Ma se vuole continuare a essere riconoscibile, dovrà conservare una cosa sopra tutte le altre: la capacità di cercare i fatti, verificarli e raccontarli con rigore. È questa la vera sfida. Ed è una sfida che non appartiene a Ranucci, a Presutti, a Piervincenzi o a qualunque altro singolo nome. Appartiene al servizio pubblico. E, alla fine, al pubblico italiano.









