mercoledì, Agosto 12, 2026
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SANTA MARIA CAPUA VETERE NEL CARCERE DOVE IL CALDO DIVENTA UNA CONDANNA, OTTO DETENUTI IN UNA CELLA: IL SISTEMA PENITENZIARIO È AL COLLASSO

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SANTA MARIA CAPUA VETERE – C’è un luogo dove l’estate non significa vacanza ma resistenza. Dove il sole non illumina, ma schiaccia. Dove il caldo entra nelle celle, si incolla ai muri, toglie il respiro e rende ogni ora una battaglia. È il carcere “Francesco Uccella” di Santa Maria Capua Vetere. Un istituto che negli ultimi anni ha saputo costruire esempi virtuosi di reinserimento sociale ma che oggi continua a fare i conti con un’emergenza che non conosce tregua. Il sovraffollamento. Le temperature record. La carenza di personale. Le criticità strutturali. Un mix esplosivo che rischia di trasformare la pena in qualcosa di diverso da ciò che la Costituzione impone. A fotografare questa realtà sono state le Camere Penali di Santa Maria Capua Vetere e di Napoli Nord che, nella mattinata del 5 agosto, hanno varcato i cancelli dell’istituto nell’ambito dell’iniziativa nazionale “Ristretti in Agosto”, promossa dall’Unione delle Camere Penali Italiane per accendere i riflettori sul sistema penitenziario proprio quando il Paese sembra distratto dalle ferie e dal caldo estivo. La delegazione, guidata dall’avvocato Alberto Martucci, presidente della Camera Penale di Santa Maria Capua Vetere, e dall’avvocato Antonio Barbato, presidente della Camera Penale di Napoli Nord, ha voluto verificare con i propri occhi le condizioni di vita dei detenuti, lo stato della struttura e le difficoltà affrontate quotidianamente dagli uomini e dalle donne della Polizia Penitenziaria. Il quadro emerso è fatto di luci e ombre. Da una parte un carcere che, sotto la guida della direttrice Donatella Rotundo, ha saputo diventare un laboratorio di inclusione e rieducazione. Dall’altra una struttura che continua a essere schiacciata dal peso di numeri ormai insostenibili. Oggi l’istituto ospita circa 1.060 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di circa 840 posti. Più di duecento persone in eccesso. Numeri che diventano volti. Corpi. Celle sempre più piene. Spazi sempre più stretti. In alcuni reparti fino a otto detenuti condividono la stessa stanza. Otto persone costrette a vivere insieme per ventiquattro ore al giorno mentre il termometro continua a salire. Otto uomini che dividono pochi metri quadrati, poche ore d’aria, poche possibilità di privacy. Una situazione resa ancora più grave dalla temporanea chiusura di un intero padiglione interessato da lavori di ristrutturazione. Il caldo rende tutto più difficile. Dormire diventa complicato. Riposare quasi impossibile. Respirare un privilegio. Eppure, nonostante le difficoltà, il carcere continua a investire sul futuro. Durante la visita sono stati illustrati numerosi progetti che rappresentano un modello positivo nel panorama penitenziario nazionale. Nel reparto femminile una sartoria realizza cravatte e foulard per il marchio Marinella. Nel reparto maschile vengono prodotte camicie e divise per Isaia. Una pasticceria nata dalla collaborazione con Pink House di Aversa offre formazione e opportunità professionali. Sono attive una biblioteca, una palestra donata dal Rotary Club insieme alla Camera Penale di Santa Maria Capua Vetere, un’area giochi destinata agli incontri tra detenuti e figli e persino uno spazio dedicato agli incontri con gli animali d’affezione, iniziative che restituiscono centralità al percorso rieducativo previsto dall’articolo 27 della Costituzione. E il futuro guarda ancora oltre. Sono in fase di realizzazione un ospedale veterinario, una coltivazione di vitigni borbonici con innovative torri idroponiche e il ristorante “Lumiére”, destinato ad aprire anche al pubblico su prenotazione, abbattendo simbolicamente il muro tra carcere e società. Ma accanto ai progetti cresce l’elenco delle emergenze. La delegazione ha rilevato la presenza di rifiuti nelle aree esterne, il malfunzionamento di ascensori e montacarichi indispensabili per la distribuzione dei pasti e dei beni essenziali, la carenza di spazi dedicati alle attività ricreative e l’assenza di ambienti riservati all’affettività dei detenuti. Criticità che incidono direttamente sulla qualità della vita all’interno dell’istituto. Ancora più delicata la situazione del reparto destinato ai detenuti con disturbi psichiatrici. Alcuni di loro hanno già terminato di scontare la pena ma attendono da mesi il trasferimento in una REMS, rimanendo in carcere per mancanza di posti disponibili nelle strutture sanitarie competenti. Una condizione che solleva interrogativi profondi sul rapporto tra giustizia, salute mentale e tutela dei diritti fondamentali. A tutto questo si aggiunge la cronica carenza di personale di Polizia Penitenziaria. Pensionamenti non sostituiti, organici ridotti, turni sempre più pesanti e un carico di lavoro che mette quotidianamente a dura prova agenti chiamati a garantire sicurezza, ordine e assistenza in condizioni estremamente complesse. Una situazione che finisce per ripercuotersi anche sull’attività del reparto sanitario, dove medici e infermieri possono operare soltanto quando sono garantite adeguate condizioni di sicurezza. La visita si è svolta con l’accompagnamento della comandante della Polizia Penitenziaria, dottoressa Alberta Rengone, alla presenza di numerosi avvocati delle due Camere Penali e del Procuratore della Repubblica di Napoli Nord, Domenico Airoma, la cui partecipazione conferma la rilevanza istituzionale dell’iniziativa. Il messaggio che arriva da Santa Maria Capua Vetere è chiaro e non può essere ignorato. Le carceri italiane non possono continuare a vivere nell’emergenza permanente. Il sovraffollamento, il caldo estremo, la carenza di personale e le difficoltà strutturali non sono problemi destinati a rimanere dietro le sbarre. Sono una questione di civiltà giuridica, di rispetto della Costituzione e di credibilità delle istituzioni. Perché un carcere che riesce a costruire lavoro, formazione e speranza merita di essere sostenuto. Ma un carcere dove otto persone condividono una cella sotto un caldo insopportabile non può essere considerato normale. Il rischio è che il silenzio diventi complice dell’emergenza. E quando il silenzio prevale, a perdere non sono soltanto i detenuti o gli agenti penitenziari. Perde lo Stato. Perde la giustizia. Perde l’intera società.

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