domenica, Giugno 14, 2026
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SANT’ARPINO , IL CAPITANO ORESTE MONTEFORTE , DAL CAVALIERE DELLA REPUBBLICA ALLA VILLA RINATA DAL DEGRADO: LA LEZIONE CHE LA POLITICA NON VUOLE VEDERE

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1000077520 1NAPOLI – Piazza del Plebiscito vestita a festa. Le bandiere della Repubblica. Gli uomini e le donne dello Stato. Le autorità civili e militari. Le onorificenze consegnate a chi, nel silenzio quotidiano, ha servito il Paese con dedizione e sacrificio. Tra i protagonisti della cerimonia del 2 Giugno c’è il Capitano dei Carabinieri Oreste Monteforte, insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica Italiana. A consegnare la prestigiosa onorificenza il Prefetto di Napoli, Sua Eccellenza Michele di Bari, alla presenza dell’Onorevole Federico Cafiero De Raho. Un momento solenne. Un momento che racconta il volto migliore delle istituzioni. Ma questa non è la storia di una medaglia. Questa è la storia di ciò che accade dopo. Perché finita la cerimonia, spenti i riflettori, terminate le fotografie ufficiali, Oreste Monteforte ha compiuto una scelta che racconta più di qualsiasi curriculum. Avrebbe potuto organizzare una cena esclusiva. Avrebbe potuto scegliere una location prestigiosa. Avrebbe potuto festeggiare tra lusso e formalità. Non lo ha fatto. Ha scelto di condividere la sua gioia con gli amici in una villa comunale. Una scelta apparentemente semplice. Ma dietro quella scelta si nasconde una storia enorme. Una storia che parla di degrado. Di abbandono. Di rinascita. Di cittadini che decidono di non arrendersi. Siamo a Sant’Arpino. All’ingresso della villa comunale campeggia una scritta che non passa inosservata: “Paese della Pace”. Parole belle. Parole che rischiano di diventare vuote se non ci sono persone capaci di riempirle di significato. E qui entra in scena l’associazione EventArt. Una realtà nata nel 2016 grazie all’impegno di Luigi Sorbillo, rappresentante legale, e Federica Oliva, amministratrice. Una realtà che nel 2019 approda a Sant’Arpino, assumendo una sede operativa proprio all’esterno della villa comunale e iniziando un percorso che pochi avrebbero avuto il coraggio di intraprendere. Perché oggi quella villa è piena di famiglie. Oggi quella villa è piena di bambini. Oggi quella villa è piena di sorrisi. Ma non è sempre stato così. Per anni quel luogo è stato sinonimo di abbandono. Per anni quel luogo è stato lasciato a sé stesso. Per anni quel luogo è stato vandalizzato. Per anni quel luogo è stato devastato. Strutture danneggiate. Arredi distrutti. Spazi occupati dall’incuria. Angoli bui. Zone dimenticate. Terra di nessuno. Quando lo Stato arretra, quando le istituzioni si allontanano, quando la comunità smette di sentirsi responsabile dei beni comuni, il degrado trova sempre spazio. E il degrado non arriva mai da solo. Arrivano gli atti vandalici. Arriva l’inciviltà. Arriva la rassegnazione. Arriva l’idea che tanto nulla possa cambiare. È la malattia più pericolosa. La rassegnazione. Poi qualcuno decide di reagire. Qualcuno decide di investire tempo. Qualcuno decide di investire energie. Qualcuno decide di metterci la faccia. EventArt lo ha fatto. Ha portato laboratori. Ha portato attività educative. Ha portato teatro. Ha portato musica. Ha portato danza. Ha portato arte. Ha portato aggregazione. Ha portato bambini. Ha portato famiglie. Ha riportato vita. E quando la vita torna a occupare uno spazio pubblico, il degrado arretra. È una legge non scritta. Dove giocano i bambini non prospera l’abbandono. Dove si fa cultura non cresce l’illegalità. Dove nasce comunità muore l’indifferenza. Non è stato facile. Per niente. Perché chi cambia le cose spesso dà fastidio. Chi restituisce legalità a un luogo abbandonato rompe equilibri consolidati. Chi trasforma uno spazio dimenticato in un punto di riferimento sociale costringe tutti a fare i conti con una domanda scomoda. Perché nessuno lo aveva fatto prima? La risposta è semplice. Perché recuperare un luogo è difficile. Abbandonarlo è facilissimo. Oggi quella villa rappresenta molto più di un giardino pubblico. Rappresenta una sfida vinta.Rappresenta la dimostrazione che il bene comune può essere difeso. Rappresenta la prova concreta che la cittadinanza attiva può cambiare il volto di un territorio. E forse è proprio per questo che Oreste Monteforte ha scelto quel luogo. Perché un Cavaliere della Repubblica non si misura dalla medaglia che porta sul petto. Si misura dalle persone con cui sceglie di condividere la propria gioia. Si misura dai valori che testimonia. Si misura dagli esempi che lascia. In un tempo in cui troppo spesso si parla di legalità soltanto nei convegni, c’è chi la legalità la vive ogni giorno. Nelle caserme. Nelle scuole. Nei teatri. Nelle piazze. Nelle associazioni. Tra i giovani. Tra gli ultimi. Tra chi continua a credere che la comunità non sia una parola vuota ma una responsabilità collettiva. E allora la vera notizia di questa giornata non è soltanto un’onorificenza meritata. La vera notizia è che esistono ancora persone che scelgono la semplicità invece dell’apparenza. Che scelgono i cittadini invece dei privilegi. Che scelgono una villa comunale rinata dalle macerie del degrado invece di un ristorante di lusso. Perché la Repubblica non vive soltanto nelle cerimonie ufficiali. La Repubblica vive nei luoghi restituiti ai cittadini. Vive nei bambini che tornano a giocare. Vive nelle associazioni che resistono. Vive nei volontari che non si arrendono.Vive in chi ogni giorno combatte l’abbandono senza chiedere nulla in cambio.E forse, proprio per questo, la festa più bella del 2 Giugno non si è svolta sotto i riflettori di Piazza del Plebiscito. Ma in una villa comunale di Sant’Arpino che qualcuno aveva dato per morta e che oggi, grazie all’impegno di tanti, è tornata a vivere.  “Ma la storia non è finita. Perché dietro i sorrisi dei bambini, dietro gli eventi culturali, dietro i laboratori e le iniziative che hanno restituito dignità a questo spazio pubblico, Luigi Sorbillo e Federica Oliva continuano ancora oggi a scontrarsi con difficoltà enormi. Un muro burocratico che troppo spesso rallenta progetti, idee e percorsi di crescita che potrebbero dare ancora più luce alla Villa Comunale di Sant’Arpino. A questo si aggiungono tensioni, ostacoli e atteggiamenti intimidatori da parte di persone abituate a utilizzare la prepotenza come unico linguaggio. Quando un bene comune torna a vivere, quando un luogo sottratto al degrado diventa punto di aggregazione sociale, inevitabilmente si disturbano interessi, abitudini e mentalità radicate. Eppure Luigi e Federica non hanno arretrato di un passo. Continuano a credere che quella villa appartenga ai cittadini, ai bambini, alle famiglie, alla cultura e alla legalità. Continuano a difendere un presidio di socialità che rappresenta una delle più belle esperienze di rinascita del territorio. Perché la vera sfida non è soltanto recuperare un luogo abbandonato. La vera sfida è proteggerlo ogni giorno dall’indifferenza, dalla burocrazia soffocante e da chi considera il bene comune un ostacolo ai propri interessi. E questa battaglia, oggi, merita di essere raccontata tanto quanto l’onorificenza consegnata in Piazza del Plebiscito.”

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