
C’è qualcosa di profondamente stonato nella recente uscita di Elly Schlein. Dopo l’attacco diretto di Donald Trump contro Giorgia Meloni, ci si sarebbe aspettati una reazione netta, politica, coerente con il ruolo di leader dell’opposizione. E invece no. Arriva una difesa. Una presa di posizione che sa più di calcolo che di convinzione. Una “paraculata”, direbbero molti senza troppi giri di parole. Perché difendere Meloni proprio ora? Perché smarcarsi proprio nel momento in cui lo scontro internazionale offre un’occasione politica chiara? La risposta più semplice è anche la più scomoda: evitare di esporsi, restare in equilibrio, non scontentare nessuno. Un colpo al cerchio e uno alla botte, nella speranza che nessuno se ne accorga. Ma la politica, quella vera, non è ginnastica diplomatica. È scelta. È rischio. È identità. Schlein invece sembra muoversi su un terreno scivoloso, dove ogni posizione è calibrata per non bruciare ponti. Difendere Meloni davanti a Trump può sembrare istituzionale, ma rischia di trasformarsi in un assist gratuito all’avversaria. Un gesto che confonde il messaggio e indebolisce l’opposizione. Nel frattempo, Meloni incassa. Trump attacca, Schlein copre. Un gioco a tre in cui l’unica a guadagnarci davvero, almeno nell’immediato, è la presidente del Consiglio. E l’elettorato di centrosinistra? Resta a guardare, sempre più disorientato. Perché se anche nei momenti di scontro più chiari la linea è quella della prudenza estrema, viene da chiedersi: dov’è finita l’alternativa? In politica si può scegliere di essere responsabili. Ma quando la responsabilità diventa ambiguità, il confine con l’opportunismo è pericolosamente sottile.









