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SESTRI LEVANTE — Il Riff accende i riflettori: cinema, politica e glamour in un unico fotogramma

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SESTRI LEVANTE – (GE) C’è un momento, ogni anno, in cui la Riviera ligure smette di essere soltanto cartolina e diventa racconto vivo, pulsante, quasi cinematografico di per sé. È l’istante in cui prende il via il Riviera International Film Festival, che trasforma Sestri Levante in un crocevia internazionale dove immagini, idee e volti si intrecciano sotto le luci di un red carpet sempre più ambizioso. Quest’anno l’apertura ha avuto un respiro ancora più ampio, quasi geopolitico. A sorprendere pubblico e addetti ai lavori è stata la presenza del premier ungherese Viktor Orbán, chiamato qui con il cognome Magyar che ne sottolinea le radici, figura divisiva ma capace di catalizzare l’attenzione ben oltre i confini del cinema. La sua comparsa, inattesa ma orchestrata con precisione, ha aggiunto una dimensione ulteriore a una manifestazione che già da anni cerca di andare oltre la semplice celebrazione filmica. Il tappeto rosso, disteso tra architetture mediterranee e il riflesso salmastro del mare, è diventato una passerella di storie prima ancora che di abiti. Attesi e fotografatissimi gli interpreti internazionali e italiani che danno corpo alla selezione del festival: tra questi il carismatico Mohamed Zouaoui Kilani, volto emergente del cinema nordafricano, e la sofisticata Anna Liskova, presenza ormai familiare al pubblico europeo. Non potevano mancare i protagonisti del panorama italiano. Claudio Amendola ha portato con sé quella miscela di ironia e solidità che lo rende una figura trasversale tra cinema e televisione, mentre Maria Grazia Cucinotta, icona senza tempo, ha incarnato un’eleganza che sembra sottrarsi alle logiche della moda per abbracciare una dimensione più narrativa, quasi simbolica. Ma il Riff non è soltanto vetrina. È laboratorio, officina di visioni. Le prime proiezioni hanno già delineato un orientamento preciso: storie di confine, identità in trasformazione, tensioni tra memoria e contemporaneità. Il festival continua a privilegiare giovani registi e produzioni indipendenti, costruendo una grammatica cinematografica che sfugge alle logiche più industriali per abbracciare una ricerca autentica. In questo senso, la presenza di figure istituzionali come Orbán non appare casuale. È piuttosto il segnale di un cinema che torna a essere terreno di confronto, spazio politico nel senso più ampio del termine. Non propaganda, ma dialogo,  talvolta scomodo, tra visioni del mondo. Le strade di Sestri Levante, intanto, si riempiono di un’energia difficile da definire: un miscuglio di accenti, lingue, aspettative. Nei bar si discute di regia e fotografia come se fossero questioni quotidiane; sul lungomare si incrociano produttori e curiosi, critici e turisti. Il festival esce dalle sale e si diffonde, come una trama invisibile, nel tessuto urbano. E mentre le luci della prima serata si spengono lentamente, resta la sensazione che questa edizione del Riviera International Film Festival voglia osare di più: meno celebrazione autoreferenziale, più apertura al mondo. Un cinema che non si limita a raccontare, ma prova a interrogare — e forse, nel suo piccolo, a cambiare prospettiva.

 
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