
Mammografie dopo un anno, esami urgenti in attesa per settimane: cresce il disagio dei cittadini
ROMA – Una sanità che fatica a tenere il passo con i bisogni della popolazione, tra liste d’attesa interminabili, visite rinviate e cittadini sempre più scoraggiati. È il quadro che emerge dal Rapporto Pit Salute 2026 di Cittadinanzattiva, un’indagine che raccoglie segnalazioni e testimonianze provenienti da ogni parte del Paese e che fotografa una realtà fatta di ritardi, rinunce alle cure e crescente sfiducia verso il sistema sanitario pubblico. I numeri raccontano una situazione complessa. In alcuni territori, per effettuare una mammografia si può arrivare ad attendere oltre dodici mesi, mentre anche gli esami classificati come urgenti richiedono tempi incompatibili con le necessità cliniche dei pazienti. In diversi casi, l’attesa supera il mese, trasformando quella che dovrebbe essere una priorità sanitaria in un percorso a ostacoli. Dietro le statistiche ci sono persone reali. Donne costrette a rimandare controlli fondamentali per la prevenzione dei tumori, anziani che attendono una visita specialistica con il timore che la propria condizione peggiori, famiglie che scelgono di rivolgersi al privato pur di ottenere risposte rapide. Una decisione che però non tutti possono permettersi, creando una frattura sempre più evidente tra chi dispone delle risorse economiche necessarie e chi invece deve affidarsi esclusivamente ai servizi pubblici. Secondo Cittadinanzattiva, il problema principale resta proprio quello delle liste d’attesa. Le richieste di assistenza e le segnalazioni raccolte evidenziano come il nodo non riguardi soltanto la carenza di personale sanitario, ma anche l’organizzazione delle strutture, la distribuzione delle risorse e la difficoltà nel garantire un accesso uniforme alle prestazioni sul territorio nazionale. Le differenze tra una regione e l’altra continuano infatti a pesare in modo significativo. In alcune aree del Paese i tempi risultano più contenuti, mentre in altre la situazione appare particolarmente critica. Questa disomogeneità alimenta il fenomeno della cosiddetta “migrazione sanitaria”, con migliaia di cittadini che si spostano per ottenere cure e diagnosi in tempi ragionevoli. La prevenzione è uno dei settori maggiormente colpiti. Quando un controllo viene rinviato per mesi, il rischio non è soltanto quello di generare ansia e incertezza nei pazienti, ma anche di compromettere l’individuazione precoce di patologie che, se diagnosticate tempestivamente, potrebbero essere curate con maggiore efficacia. Sul tema è intervenuto il ministro della Salute Orazio Schillaci, che ha riconosciuto la necessità di accelerare gli interventi già avviati. “Stiamo intervenendo con provvedimenti mirati”, ha dichiarato, sottolineando l’impegno del Governo nel ridurre le attese e migliorare l’accesso alle prestazioni sanitarie. L’obiettivo è rafforzare l’efficienza del sistema e garantire risposte più rapide ai cittadini. Tuttavia, le associazioni dei pazienti chiedono che alle promesse seguano risultati concreti e misurabili. Le difficoltà denunciate da anni continuano infatti a ripresentarsi con regolarità, segnale di criticità strutturali che richiedono soluzioni di lungo periodo. La salute rappresenta uno dei pilastri fondamentali del welfare e della coesione sociale. Quando i tempi di accesso alle cure si allungano oltre ogni ragionevole limite, il rischio è quello di incrinare il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Per molti italiani il problema non è più soltanto ottenere una diagnosi o una visita specialistica, ma sapere quando riusciranno ad averla. Il Rapporto Pit Salute 2026 lancia quindi un messaggio chiaro: la sanità pubblica continua a essere un patrimonio essenziale del Paese, ma necessita di interventi rapidi, investimenti adeguati e una programmazione più efficace. Senza un cambio di passo concreto, le liste d’attesa rischiano di trasformarsi da disagio temporaneo a emergenza permanente, con conseguenze sempre più pesanti sulla qualità della vita di milioni di cittadini.









