giovedì, Settembre 10, 2026
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SOTTO L’OMBRA DEL CICLONE: IL TIFONE DOLPHIN MORDICCHIA LE COSTE CINESI, SHANGHAI NELL’IMPASTECCIATO SILENZIO DELLA PAURA

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La muraglia d’acqua e di vento incombente sferza il litorale orientale dell’Asia, paralizzando la metropoli di Shanghai e costringendo centinaia di migliaia di anime all’esodo forzato. Quasi millequattrocento voli cancellati e un’allerta rossa che adombra il futuro imminente.

SHANGHAI — Un’atmosfera di greve e plumbea attesa avvolge la fascia costiera della Cina orientale, dove il ciclopico mulinello del tifone Dolphin si appresta a scaricare la propria immane potenza frangente. Le autorità meteorologiche di Pechino hanno diramato senza indugio il massimo livello di allarme, il codice rosso, presagendo il rovesciamento di rovesci tempestosi e precipitazioni torrenziali capaci di sommergere vaste porzioni delle province dello Zhejiang, di Fujian, Anhui e Jiangsu. La metropoli di Shanghai, solitamente pulsante di una frenesia inesausta, appare ora immersa in un torpore spettrale, scandito soltanto dal sibilo sordo delle correnti d’aria che preannunciano la tempesta. I terminal dei due colossali hub aeroportuali della capitale finanziaria — Pudong e Hongqiao — offrono uno scenario d’inconsueta desolazione. Quasi millequattrocento collegamenti aerei, radendo al suolo la quasi totalità dei tabelloni di partenza e arrivo, sono stati repentinamente cassati, lasciando migliaia di viaggiatori smarriti in una snervante stasi. I corridoi di cristallo, un tempo percorsi da un flusso ininterrotto di passanti, echeggiano ora di passi rari e di annunci altoparlanti che reiterano moniti di cautela. Analoghe drastiche misure hanno paralizzato gli scali delle regioni limitrofe, mentre centinaia di rotte fluviali e marittime e tratti ferroviari sono stati integralmente congelati per arginare i perigli delle mareggiate. Sul piano umano, l’imminenza del cataclisma si traduce in un imponente e sofferto sfollamento di massa. Nelle aree più esposte a possibili smottamenti e inondazioni repentini, le squadre di soccorso e i funzionari locali hanno orchestrato l’evacuazione preventiva di centinaia di migliaia di residenti. Nella sola prefettura di Taizhou, circa 390.000 persone hanno dovuto abbandonare le proprie dimore alle prime luci del crepuscolo, mentre oltre novantanovemila cittadini della provincia di Fujian sono stati trasferiti in rifugi d’emergenza o strutture temporanee. Anziani condotti a braccia, fanciulli aggrappati ai fardelli di poche masserie e famiglie intere costrette a serrarsi le terga alle spalle compongono il mosaico dolente di questa fuga collettiva dalla furia degli elementi. L’incedere di Dolphin, che nelle ore antecedenti ha già flagellato con violenza l’arcipelago giapponese di Okinawa e le regioni settentrionali di Taiwan, è accompagnato da raffiche di vento che sfiorano i 160 chilometri orari. I previsori del Centro Meteorologico Nazionale stimano accumuli pluviometrici straordinari, compresi tra i 200 e i 400 millimetri di pioggia, un volume d’acqua capace di saturare istantaneamente il reticolo idrografico e provocare rovinose esondazioni nei bacini fluviali. Lungo la battigia, dove l’oceano ribolle in un’impetuosa risacca dal colore plumbeo, i moli sono stati svuotati e centinaia di imbarcazioni da pesca e navi da lavoro sono state richiamate nei porti di rifugio. In tutta la regione si lavora febbrilmente per rinforzare gli argini, disostruire i canali di scolo e mettere in sicurezza i cantieri edili. La popolazione resta serrata tra le mura domestiche, testimone involontaria della maestosa e terrificante immanenza della natura, in attesa che il turbine compia il suo corso e la caligine si diradi finalmente sul litorale cino-orientale.

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