Partiamo da Piazza del Gesù Nuovo, mettiti al centro, guarda verso est. Quella linea dritta che vedi, che si perde tra i palazzi fino a Via Duomo, quella è lei. Il Decumano Inferiore, i napoletani la chiamano Spaccanapoli perché vista da San Martino sembra davvero una spaccatura, una ferita netta nel ventre della città antica. Nel 470 a.C. qui non c’era niente, solo campagna e tufo. Poi arrivarono i greci da Cuma e dissero: “Qui facciamo Neapolis, la Città Nuova”. E per fare una città greca serviva ordine; racciarono tre strade da est a ovest: il Decumano Superiore, oggi Via Anticaglia; il Decumano Maggiore, Via dei Tribunali; e questa, il Decumano Inferiore. La più bassa, la più popolare, larga sei metri, sei metri nel 470 a.C., sei metri oggi. Hanno cambiato gli imperi, le lingue, le bandiere, la misura della strada no.
Quando cammini senti il basolato sotto le scarpe, è vesuviano, pietra lavica: ogni pietra è stata messa a mano e se chiudi gli occhi, senti ancora il rumore dei carri romani, perché i romani, quando si presero Neapolis, non toccarono i decumani, li rispettarono, li lastricarono meglio, ci misero le fognature sotto, su questa strada ha marciato l’esercito di Cesare, su questa strada San Paolo sbarcò e camminò verso Pozzuoli.
Piazza del Gesù Nuovo, civico 2, quella facciata a bugne, con le piramidi di piperno, è il Gesù Nuovo, ma prima era Palazzo Sanseverino, nel 1470 era la casa del principe più potente del Regno. Aveva 300 stanze, dentro ci facevano le feste che duravano tre giorni. Nel 1584 i Gesuiti lo comprarono e lo trasformarono in chiesa, non buttarono niente, presero il palazzo e ci costruirono la chiesa dentro, se entri, dietro l’altare maggiore vedi ancora il cortile del palazzo, stessi muri, dio diverso.
Prima ancora gli archeologi hanno trovato sotto il pavimento i resti di una insula romana, e sotto ancora, tracce di un tempio greco dedicato a Iside; tre religioni, una sull’altra.
Percorri circa 200 metri e ti trovi in Piazza San Domenico Maggiore.
Questo è l’ombelico di Napoli, l’obelisco al centro lo fecero per ringraziare San Domenico dopo la peste del 1656. Ma la piazza è più vecchia, qui nel 1231 arrivarono i domenicani, nel 1272 San Tommaso d’Aquino insegnava teologia, la sua cella si trova ancora dentro il convento. Dicono che una notte, mentre scriveva, ebbe una visione che gli fece dire “Tutto quello che ho scritto è paglia”. Smise di scrivere. Morì tre mesi dopo.
Sempre qui, nel 1585, bruciarono Giordano Bruno, non lui davvero, era già scappato, bruciarono i suoi libri, in effigie, la Chiesa faceva così: se non ti prendeva, bruciava la tua ombra.
Oggi? Oggi ci sono i ragazzi della Federico II seduti sulla base dell’obelisco con lo spritz in mano. Parlano di esami, di amori, di futuro. Stessa piazza, 800 anni dopo. Stessi vent’anni addosso.
Vai avanti, arrivi a Piazzetta Nilo.
Vedi quella statua coricata? È il Nilo. Sì, il fiume egiziano. Nel II secolo d.C. qui c’era il quartiere degli alessandrini, mercanti egiziani che venivano a Napoli a vendere grano, spezie, vetro. Si portarono il loro dio-fiume e gli fecero una statua, per secoli rimase senza testa, i napoletani la chiamavano “’o cuorpo ‘e Napoli”. Solo nel ‘700 gli rimisero la testa, ma per Napoli quella resta sempre ’o cuorpo, perché Napoli è così: pure senza testa, cammina.
Ancora 300 metri. Via San Biagio dei Librai.
Qui Spaccanapoli cambia nome, ma la strada è sempre lei. Nel ‘500-‘600 era la via dei librai, degli stampatori, qui stampavano i libri proibiti, quelli che la Chiesa non voleva, li nascondevano nei cunicoli sotto i palazzi. Napoli ha sempre avuto due culture: quella ufficiale e quella sotto il banco.
Al civico 114 c’è la Cappella Sansevero, dentro c’è il Cristo Velato, una statua di marmo che sembra coperta da un velo vero, trasparente. L’ha fatta Giuseppe Sanmartino nel 1753, non si sa come, non ci sono segni di scalpello, sembra che abbia marmorizzato un velo vero; il principe di Sansevero, che gliela commissionò, era un alchimista, dicono che conoscesse il segreto per “sciogliere il marmo”, la scienza dice che è solo bravura. Arrivi a Via Duomo, Spaccanapoli finisce.
Un chilometro e duecento metri, l’hai fatta tutta, sei passato da tre ere storiche senza mai girare l’angolo; le altre strade hanno cambiato tracciato, nome, larghezza, questa no, dal 470 a.C. a oggi è sempre stata qui, dritta, con lo stesso scopo: far passare la gente. Ha visto passare i greci con le anfore di vino, iromani con le bighe, i monaci medievali con le processioni, gli spagnoli con le carrozze, i francesi con i cannoni, i garibaldini a cavallo, i tram nell’800, le Fiat 500 nel ‘60, i motorini oggi.
Ha sentito il greco, il latino, il napoletano, l’italiano, l’inglese dei turisti. Ha sentito le bestemmie dei pescivendoli, le preghiere delle monache, le canzoni di Caruso che abitava due traverse più sopra, le urla dello scudetto del Napoli.
Caravaggio scappò qui nel 1606 dopo aver ammazzato un uomo a Roma, dipinse Le Sette Opere di Misericordia in una chiesa di questa strada, il Pio Monte; Totò ci è nato a due passi, alla Sanità, ma veniva qui a comprare il pane, Eduardo De Filippo ci ha ambientato Natale in Casa Cupiello. Maradona, nel 1984, si affacciò da un balcone di Spaccanapoli e sotto c’erano 50mila persone che piangevano. Oggi ci sono i negozi di presepi a San Gregorio Armeno, che taglia Spaccanapoli a metà, ci sono le pizzerie, i negozi di corni, le bancarelle di maglie del Napoli, ci sono gli studenti, i turisti, i santi di strada. C’è tutto, disordinato, vivo, contraddittorio.
Ma la notte, dopo le due, quando chiudono pure i baretti, Spaccanapoli torna quella greca. Silenziosa, vuota, se ci passi sei solo tu e il basolato, e se appoggi l’orecchio al muro di un palazzo, al tufo caldo, giuri di sentire qualcosa, un rumore lontano, come un mercato, è l’eco di 2500 anni di voci che non se ne sono mai andate. Perché Spaccanapoli non è una strada, è un nastro trasportatore della storia, ci sali sopra nel 2026 e scendi nel 470 a.C. senza accorgertene.
E la cosa più assurda? Domani mattina ci passerà un ragazzino con lo zaino per andare a scuola. Calpesterà le stesse pietre di un filosofo greco e non lo saprà mai, ma le pietre sì, le pietre si ricordano tutto.
Antonietta Cacace










