“Storia dei senza storia”, la vita degli uomini infami di M. Foucault
“Non è una raccolta di ritratti quella che qui si leggerà: sono trappole, armi, grida, gesti, atteggiamenti e astuzie, intrighi di cui le parole sono state lo strumento. Vite vere sono state giocate in queste poche frasi; non voglio dire con questo che vi sono state raffigurate, ma che di fatto la loro libertà, la loro sventura, spesso la loro morte, in ogni caso il loro destino, vi sono stati in parte decisi”[1].
- Foucault, La vita degli uomini infami
Una collezione di esistenze classificate dall’imperante regime del potere disciplinare nelle loro pieghe di “avventure e sventure”, nelle loro ferite di verità e di stigma sociale, quelle che il filosofo, padre dello strutturalismo francese, Michelle Foucault, disegna nelle poche pagine di quella che avrebbe dovuto essere un’opera monumentale, “La vita degli uomini infami”, progetto nato dalla riesumazione degli archivi delle prigioni e dei manicomi parigini, da quei documenti di internamento, o lettre de cachet (1660-1760), lettere di sigillo, utilizzate, a partire dal Seicento, quale strumento della sovranità per “punire e sorvegliare” le colpe altrui. Come sottolineato, infatti, più volte dal pensatore, adoperando quella prosa tagliente ed acuta la quale risulta essere una delle caratteristiche del suo stile carsico e sferzante, dopo il secolo della Riforma Protestante e della Controriforma (o Riforma cattolica), l’Occidente ha visto l’esclusione dall’ordine del discorso di quell’elemento “favoloso”, o del magico, di cui si era ampiamente nutrito durante il Medioevo e l’inizio della modernità, relegando il suddetto nella categoria umana del reietto, dell’escluso, dell’inabile, dell’inetto. Di colui che ha trascorso, come sostiene lo stesso filosofo Remo Bodei nel commento a chiosa del testo di Foucault, un’esistenza lampo che “non ha lasciato alcuna traccia” se non nei registri d’internamento della polizia, nelle suppliche al re ed in quelle, sopracitate, lettere di sigillo con cui il potere sovrano fustigava quanti non si erano conformati alle “normali” barriere della vita. Un’opera quella dello strutturalista la quale, come più volte ribadito da Bodei, deve essere letta alla luce delle riflessioni filosofiche del pensatore francese che negli anni Settanta ha teorizzato il concetto di “biopolitica” e di “microfisica di un potere” onnipervasivo in grado di determinare le dinamiche dell’esclusione sociale, nonché il sorgere del sistema carcerario moderno e, più tardi, del manicomio, stabilendo i criteri di definizione di ciò che va sotto il nome di follia o di delinquenza- intendendo quest’ultima come mostruosità da cui la società deve essere ripulita:
“Prima di essere valutato in termini patologici- come avverrà nell’Ottocento, quando la sua pericolosità verrà dichiarata dalla medicina, e in particolare, dalla psichiatria, il mostro veniva direttamente generato dal discorso del potere politico, che ne amplificava gli eccessi e finiva per crearlo anche attraverso la reazione violentemente sproporzionata delle autorità”[2].
Il crimine, infatti, non violava una legge aleatoria e senza volto, ma “colpiva i diritti e la volontà del sovrano, presenti nella legge, attaccando, di conseguenza, la forza, il corpo del re fisicamente inteso”[3]. La punizione costituiva, così, la vendetta dell’autorità che, equiparando ogni crimine alla lesa maestà, reagiva in maniera feroce. L’aspetto interessante che Foucault ricostruisce più volte nel testo riguarda il fatto che i medesimi apparati polizieschi e giudiziari riprendano il modello cristiano della confessione stravolgendolo tuttavia e rendendone funzionali alcuni aspetti ai loro dispositivi di potere:
“Il cristianesimo ha obbligato ognuno a distillare la verità da se stessi, estraendola dalle pieghe più riposte del proprio animo, traducendola in parole, pensieri, desideri, atti e omissioni. Il penitente è così indotto a portare testimonianza contro di sé davanti ad un altro individuo, il confessore, delegato da un Dio che sa già tutto e che cancella le colpe enunciate”[4].
A differenza della confessione cristiana, però, i peccati non vengono più segregati e al segreto della confessione si sostituisce il giudizio scritto nei registri d’internamento, facendo scattare la denuncia, la querela, la delazione, l’interrogatorio: si viene ad attuare, in siffatta maniera, un meccanismo capace di separare i sani dai malati, i probi dagli ingiusti.
Con la sua breve ed inconclusa “Vita degli uomini infami”, in conclusione, Foucault denuncia le “storie senza storia”[5] di quegli individui le quali, come meteore incandescenti, hanno attraversato il panorama dell’esistenza umana lasciando una scia di silenzio, parresia e sincerità.
Potenza, quella del filosofo francese e della sua attualissima riflessione, capace di modificare per sempre il panorama intellettuale contemporaneo.
Chiara Ortuso
[1] M. FOUCAULT, La vita degli uomini infami, Il Mulino, Bologna 2009, pp. 19-20.
[2] Cfr. la postfazione di Remo Bodei, Storie dei senza storia, in: M. FOUCAULT, La vita degli uomini infami, Il Mulino, Bologna 2009, p 80.
[3] Ibid.
[4] Cfr. la postfazione di Remo Bodei, Storie dei senza storia, in: M. FOUCAULT, La vita degli uomini infami, Il Mulino, Bologna 2009, p 82.
[5] S. SATTA, Il giorno del giudizio, Adelphi, Milano 1979, p. 103.










