mercoledì, Agosto 12, 2026
HomeCronacaStudenti come i pregiudicati: ai lavori socialmente utili se sospesi. Ma è...

Studenti come i pregiudicati: ai lavori socialmente utili se sospesi. Ma è davvero questa la strada giusta?

MORVRAN.COM
ArtesTV

Un’idea che divide l’opinione pubblica, tra chi la definisce un’occasione formativa per “rimettere in carreggiata” i ragazzi, e chi invece lancia l’allarme: “Così si fa passare il messaggio che chi sbaglia debba essere punito come un pregiudicato.”

Il modello si ispira parzialmente al sistema anglosassone, dove da anni i community services sono inseriti nei programmi scolastici e di giustizia minorile. Tuttavia, il contesto italiano è molto diverso: qui, la scuola è ancora vista da molti come un luogo punitivo, e trasformare la sospensione in un “lavoro obbligatorio” rischia – se non accompagnato da una visione pedagogica profonda – di generare stigma e non rieducazione.

Il problema del linguaggio: “utili”, ma per chi?

Un nodo cruciale è proprio il linguaggio utilizzato: “lavori socialmente utili” è un’espressione che richiama pene sostitutive inflitte agli adulti in ambito giudiziario. Appiccicata a un adolescente in crisi, questa etichetta può generare confusione identitaria e frustrazione.

Molti esperti sottolineano che la scuola dovrebbe educare, non penalizzare, e che un ragazzo che sbaglia va corretto attraverso il dialogo, il senso di responsabilità, la mediazione educativa e il coinvolgimento attivo, non con il marchio di “punito”.

Esperienze positive: quando funziona

Ci sono comunque esperienze virtuose: in alcune città, questi percorsi sono stati costruiti insieme agli studenti, con il supporto di educatori e psicologi, trasformando l’intervento in un momento di crescita e consapevolezza. Ragazzi che hanno fatto attività con disabili o rifugiati hanno raccontato di aver cambiato sguardo sul mondo e su sé stessi.

Ma senza un accompagnamento umano e pedagogico profondo, il rischio è che l’iniziativa si riduca a un atto punitivo mascherato da rieducazione.

L’alternativa: investire nella scuola come comunità

Forse il punto non è decidere se “mettere al lavoro” o meno gli studenti sospesi, ma chiedersi perché certi comportamenti emergono sempre più frequentemente. Il disagio giovanile non si combatte con le multe, ma con ascolto, prevenzione, laboratori, sportelli psicologici, educatori di strada. E una scuola che non emargina, ma include, accompagna e fa sentire ogni ragazzo parte di una comunità viva.

In conclusione, educare non è umiliare. E se i lavori socialmente utili possono avere un valore formativo, vanno inseriti in un percorso pedagogico serio, non come una scorciatoia repressiva.

RELATED ARTICLES

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Eventi in programma

ULTIME 24 ORE