
Foggia, mano dura dello Stato: 18 arresti tra i vertici delle “batterie”. Risolti tre delitti di sangue e stroncata la morsa del pizzo sugli imprenditori.
FOGGIA – Il silenzio dell’alba foggiana è stato squarciato oggi dal fragore di un’operazione che segna un punto di non ritorno nella lotta alla “Quarta Mafia”. Un dispositivo imponente, coordinato dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Bari, ha portato all’esecuzione di 18 misure cautelari che hanno sventrato l’organigramma militare ed economico delle storiche “batterie” della Società Foggiana. L’inchiesta, che si avvale di migliaia di intercettazioni e riscontri balistici, ha permesso di fare luce su un biennio di terrore, portando in cella esponenti di primissimo piano dei clan Moretti-Pellegrino-Lanza e Sinesi-Francavilla. Le accuse, a vario titolo, sono pesantissime: associazione di tipo mafioso, omicidio aggravato, tentato omicidio ed estorsione continuata.
Il sangue e la strategia: risolti tre omicidi
Il cuore pulsante dell’ordinanza firmata dal GIP poggia sulla ricostruzione di tre omicidi che avevano trasformato le strade cittadine in un poligono a cielo aperto. Tra questi, spicca la risoluzione del brutale agguato ad Alessandro Moretti, freddato nel gennaio scorso, un delitto che aveva innescato una pericolosa fibrillazione interna agli assetti criminali. Le indagini hanno svelato la fredda logica dietro la violenza: non semplici vendette, ma una precisa strategia di epurazione interna e di riposizionamento dei confini territoriali. Oltre ai tre delitti consumati, gli inquirenti hanno sventato due tentativi di omicidio già pianificati, bloccando i sicari prima che potessero entrare in azione contro esponenti rivali.
L’economia del terrore: il pizzo come “tassa di cittadinanza”
Oltre al sangue, c’è il denaro. L’indagine ha documentato una pressione estorsiva asfissiante ai danni del tessuto produttivo locale. Gli imprenditori foggiani, dai costruttori edili ai commercianti di quartiere, erano costretti a versare somme periodiche per rimpinguare la “cassa comune” destinata al sostentamento dei detenuti e delle loro famiglie. “Pagano tutti, devono pagare tutti,” recitava un’intercettazione ambientale che restituisce la sicumera dei boss. Il metodo era quello classico: prima l’avvertimento verbale, poi i danneggiamenti, infine le minacce di morte esplicite. Un sistema di oppressione che l’Autorità Giudiziaria contesta con l’aggravante dell’articolo 416-bis 1 del Codice Penale, ovvero l’utilizzo del metodo mafioso volto ad agevolare l’associazione delinquenziale.
I riferimenti di legge e il valore del blitz
Dal punto di vista giuridico, l’operazione odierna si incardina nei rigorosi protocolli previsti dal Codice Antimafia (D.Lgs. 159/2011). Le numerose perquisizioni effettuate in parallelo agli arresti mirano a colpire i patrimoni illeciti, con l’obiettivo di procedere a sequestri preventivi finalizzati alla confisca. L’attività investigativa ha dimostrato come la mafia foggiana non sia più un fenomeno rurale o disorganizzato, ma una struttura criminale moderna, capace di infiltrare l’economia legale e di esercitare un controllo capillare sul territorio attraverso il binomio inscindibile violenza-omertà.
Una città che prova a respirare
“Oggi Foggia è più libera,” ha dichiarato un alto funzionario inquirente durante la conferenza stampa. La risposta dello Stato, definita “chirurgica e massiccia”, punta a restituire fiducia a quegli imprenditori che hanno avuto il coraggio di collaborare, rompendo il muro di silenzio che per anni ha protetto i clan. Mentre i blindati lasciano il centro città diretti verso i penitenziari di massima sicurezza, la speranza è che questo colpo ai vertici non sia solo un episodio di cronaca, ma l’inizio di una bonifica definitiva per un territorio che non vuole più essere identificato solo con la scia di fumo di un agguato mafioso.









