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Torino, Caso Pierina Paganelli: il biglietto‑bomba che scuote l’inchiesta. “Ho detto la verità, ma non so se Louis sia l’assassino”

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Quel foglietto scritto a mano, consegnato al GIP Vinicio Cantarini al termine dell’incidente probatorio che ha cristallizzato la ricostruzione di tre giorni di deposizione, è una scheggia impazzita nel cuore di un giallo che non si chiude mai. Una frase secca, netta, che corre dentro gli atti: “Confermo ogni cosa detta in questi giorni di incidente probatorio, ma con queste mie dichiarazioni non voglio dire che certamente Louis Dassilva è l’assassino di mia suocera. Prego voi tutti di accertare la vera responsabilità di Dassilva. Grazie”. È un colpo al tronco di tutte le narrazioni, di tutte le ricostruzioni, di tutte le certezze che fino a ieri sembravano possibili e, per qualcuno, quasi definitive. 
Non è una precisazione da poco. È un boato in piena notte che scuote magistrati, avvocati, investigatori. È un bigliettino piccolo, ma più pesante di qualunque prova tecnica raccolta finora. Perché viene dalla donna che per prima ha trovato il corpo di Pierina Paganelli, 76enne uccisa con ferocia il 3 ottobre 2023 nel garage di casa sua a Rimini, colpita 29 volte. Perché è la nuora, perché è parte della famiglia che ha vissuto il dramma, perché è stata la persona che ha attivato i soccorsi e ha aperto questa tragedia alla luce. 
Quel “non so se Louis sia l’assassino” è un macigno per l’accusa, per la difesa e soprattutto per l’opinione pubblica. Fino ad oggi Louis Dassilva, vicino di casa della vittima, marito di Valeria Bartolucci e — come emerso negli ultimi sviluppi — amante della stessa Manuela Bianchi, è stato l’unico indagato. Per la Procura è lui l’autore dell’omicidio: movente passionale, relazione extraconiugale con la nuora, presenza nei pressi della scena del crimine, incongruenze negli abiti forniti agli investigatori, zoppia che potrebbe non essere reale. Tutte tessere di un mosaico di sospetti che hanno portato all’arresto e al processo di Dassilva con l’accusa di omicidio volontario aggravato. 
E ora? Ora quel biglietto scava un solco tra testimonianza e verità processuale. Ora la nuora sembra voler prendere distanza dalle sue stesse dichiarazioni, pur confermandole, e invita il giudice a cercare «la vera responsabilità» di Louis. Non “certamente” lui. Parole calibrate, chirurgiche. Come se Manuela Bianchi sentisse il bisogno di difendere entrambe le posizioni: confermare quanto ha detto, ma negare una sua piena certezza sul coinvolgimento. Come se avesse paura di guardare direttamente in faccia la verità, qualunque essa sia. 
Il processo, già di per sé segnato da tensioni, ripercussioni mediatiche e versioni contrapposte, si carica ora di un’ulteriore dose di incertezza. Le telecamere, le trasmissioni, le ricostruzioni dei fatti: tutto si gioca su una sola parola. Una parola che non afferma, non nega… ma apre l’orizzonte a un dubbio devastante. Un vuoto che sembra gridare: e se tutto fosse stato un errore? E se le prove non conducessero davvero all’unico indagato? E soprattutto: se Louis non fosse l’assassino, chi lo è? 
Il biglietto è piombato come un sasso in uno stagno già increspato. È comparso agli atti dopo che la deposizione dell’incidente probatorio — quei tre giorni di vertiginose ricostruzioni minute, di ricordi incalzati, di versioni apparentemente definitive — sembrava aver segnato una cesura con il passato, con il dolore, con lo smarrimento. E invece quel pezzo di carta ha riaperto ferite, sollevato polveri, messo in discussione una narrazione che molti ritenevano quantomeno probabile. 
Ogni parola, nel diritto, ha un peso. E ogni esitazione di un teste, soprattutto se si chiama “verità”, può trasformarsi in un’arma affilata, pronta a ferire l’accusa o a ferire la difesa. Il biglietto di Manuela Bianchi è questo: una lama che taglia una trama già complicata, che confonde le piste, che chiede — quasi implora — alla giustizia di scavare oltre i punti fermi, oltre i sospetti, oltre le dichiarazioni. 
Tutti guardano ora a Rimini, a quell’aula dove il processo a Louis Dassilva continua. Dove la difesa, con ogni mezzo, sta cercando di sollevare dubbi, segnalare incongruenze, scalfire l’apparente impalcatura accusatoria. Dove l’accusa, dal canto suo, punta su prove, testimonianze e ricostruzioni che — fino a ieri — parevano solide. Ma solidi come vetro, fragili come una parola appena pronunciata o — in questo caso — appena scritta su un foglietto consegnato a un giudice. 
La verità, in questo giallo italiano, continua a sfuggire. Il biglietto non accusa, non scagiona, non assolve. E forse questa è la cosa più sconvolgente di tutte. Perché chi cerca la verità deve fare i conti con l’ombra di un dubbio che non si vuole più lasciare andare. 

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