martedì, Agosto 11, 2026
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“TRE COMPARI MUSICANTI” DI PAOLO APOLITO ALLA CHIESA DELLA CONGREGA DELL’IMMACOLATA A CASTEL SAN GIORGIO (SA)

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“Tre compari musicanti” (nella nuova versione, aggiornata) è uno spettacolo, tratto dall’omonimo romanzo dell’antropologo Paolo Apolito, che andrà in scena lunedì 29 dicembre. Location: la suggestiva cornice della chiesa al centro di San Giorgio – in via Piave, 2. Nella struttura adiacente la confraternita dell’Immacolata. Alle 19.30 è previsto lo start dell’evento: un mix di parole, suoni, melodie e tante reviviscenze. Tutto basato sulle tradizioni antropologiche ed etnografiche. Il “copione”, la “trama”, è a cura di Apolito. Che – oltre ad aver scritto il plot – lo interpreta anche. Supportato, in maniera degna e struggente, dalla vocalist (nonché performer al tamburo) Floriana Attanasio e da Antonio Giordano – della compagnia “D’Altrocanto”. Egli caratterizzerà l’happening con la sua voce, con la zampogna e anche suonando la chitarra battente. Uno strumento molto utilizzato, nell’ambito delle esibizioni folkloristiche: nelle “tammorriate”, nelle “pizziche”, nelle forsennate “tarante”. Ingresso libero, per lo show di lunedì 29.

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Tutto è incentrato sulle comunità di contadini lucani, soprattutto nel delicato periodo a cavallo tra il XVIII e XIX secolo. Un momento che vede profonde trasformazioni sociali e culturali, tra gli stessi braccianti agricoli della Basilicata. Le loro storie riecheggiano vivide – tra un “quadro” e un altro della rappresentazione – in un crescendo di canti, musica e voci. Attraverso l’epopea di Nunzio (zampognaro) e Teresa (sua figlia) – tra i personaggi del copione di Apolito – che si innestano tra le misere esistenze di altri umili lavoratori, come loro. Come Peppino, fedele e schivo. Come Giuseppantonio: il brigante! Sono i “compari musicanti” del titolo. Chiara la falsariga dell’etnografo partenopeo Ernesto De Martino (1908-1965), che – in alcune pubblicazioni, quale “La terra del rimorso” – parla del Sud come di una “terra” (!) ricchissima di riti e miti ancestrali. Da studiare, non da disprezzare: il “messaggio” de “La terra del rimorso” è che la tarantola torna a “mordere” (“ri-morso”) di nuovo (in Puglia, soprattutto, dove esiste il fenomeno del tarantismo). Ma il “vero” rimorso è quello del quale gli etnografi settentrionali dovrebbero… “soffrire”: l’aver irriso il Mezzogiorno d’Italia, relegandolo a una terra di “bifolchi”; senza averne saggiato e compreso appieno la ricchezza. Proprio dal Sud – mortificato, vituperato – e dalla sua (apparente) “povertà”, nasce il ricco ordito di “Tre compari musicanti”: i contadini di cui si parla portano “in scena” le loro vicissitudini; la quotidianità delle loro famiglie. Racconti orali o scritti che compongono le “strutture elementari della parentela”, di antropologici linguaggi, comuni a tutti i Sud del mondo. Nella fattispecie del 1700/1800 (l’epoca di ambientazione della pièce) – i secoli in cui si afferma, però in Gran Bretagna e in Francia, la rivoluzione industriale. Con l’innovazione del concetto di “lavoro”. Con la possibilità di interagire con le macchine (agricole, nel nostro caso). Momenti “critici” – dunque – nel vero senso etimologico del termine: “ripensamento”. Occasioni simili anche in Italia, al Mezzogiorno. Non solo o non tanto per l’industrializzazione adveniente (in quel tempo, ancora “affaire” inglese), ma per gli atavici problemi della nazione. Che culminano – poi – col Risorgimento. Coi moti del Cilento e i tumulti per riaffermare l’identità italiana nel 1848 – per le guerre di indipendenza. Anche se molte problematiche o questioni (“quistioni”, secondo De Martino) si risolveranno solo dopo il secondo conflitto mondiale. Ci sono problemi che, forse, non sono mai andati via dal Sud. È un’impressione – tutta personale – della scrivente.

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Nel testo del romanzo e nel conseguente adattamento; rimontaggio come drammaturgia “emergente” e/o sperimentale, ci sono tutti gli “ingredienti” per un’attenta riflessione sociologica – anche sul mondo di oggi (erede del passato). Sapientemente messi “a posto” (come in un puzzle) dal professor Paolo Apolito – cha ha insegnato materie demo-antropologiche (Antropologia culturale) presso l’ateneo di Salerno e all’Università di Roma Tre. Esclusione sociale, povertà, subalternità culturale, mancanza di istruzione elementare (ma tanta sapienza “pratica”) fanno da frame (cornice) alle vicende di Nunzio, Teresa, i loro congiunti. Nel poetico dispiegarsi di suoni “natalizi”, come le zampogne, nell’accatastarsi di ritmi forsennati – le percussioni e il tamburo – e nell’espressività del fil rouge narrativo (voce e voci appunto “narrante/i”) a tenere il tutto coeso e imbastito. La rappresentazione è uno dei tanti eventi in onore della Madonna Immacolata – per queste festività – a Castel San Giorgio. Il priore Gennaro Cibelli e i confratelli tutti tengono a che tale venerazione, e le tradizioni ad essa correlate, sia mantenuta e – anzi – diffusa tra le nuove generazioni. In questi anni, oltre agli interventi (ed intermezzi) musicali con “D’Altrocanto” e/o Antonio Giordano – tra zampogne e altro, gli artisti Vincenzo Avagliano e Alfonso Vitale (scomparso da qualche anno) avevano esposto delle installazioni presso la chiesa sangiorgese: con delle colombe, realizzate in materiali vari, a “lambire” le vesti della Madre di Dio.

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Ci auguriamo che tali occasioni non si “spengano” mai. Che lo stupore del Natale e delle tradizioni popolari, così autentiche (studiate da Apolito, con un’attenzione ai ritmi delle feste appunto contadine, ed altri etnografi), possa ancora contagiare gli animi di tutti noi – grandi e piccoli – soprattutto in comunità piccole e (alquanto) “rurali” come Castel San Giorgio e la viciniore Mercato San Severino; in provincia di Salerno.

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Apolito ha scritto anche dei saggi, come “Il tramonto del totem” (2001); “Ritmi di festa” (2014) e “Dice che hanno visto la Madonna. Un caso di apparizioni in Campania” – del 1990. Ha anche sperimentato la “formula” di “antropologo a domicilio”, per osservare e studiare “da vicino” i fenomeni culturali moderni e trascorsi. Si è avvalso degli insegnamenti di De Martino; di Annabella Rossi; di altri illustri studiosi. È stato “accanto” a Vincenzo Esposito, altro etnografo molto autorevole, presso l’università di Salerno.

 

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