Il sipario si alza su una nuova stagione e non è solo un cambio di nome, è un cambio di passo, di visione, di linguaggio: è il nuovo direttore artistico del e raccoglie l’eredità di con un progetto triennale che suona come una dichiarazione di battaglia culturale, un programma che non cerca equilibrio ma impatto, non mediazioni ma identità, non formule rassicuranti ma scelte nette, radicate, perfino rischiose, e il luogo non è neutro perché il Trianon non è un teatro qualsiasi ma è il teatro di , è un presidio, è un avamposto in un quartiere che non chiede spettacoli patinati ma verità scenica, carne viva, storie che parlino la lingua delle strade e delle case affacciate sui vicoli, Sepe lo sa e non lo nasconde, parla di sceneggiata contemporanea e non come operazione nostalgica ma come detonatore drammaturgico, come riscrittura del codice popolare napoletano dentro le tensioni di oggi, tradizione che non si imbalsama ma si strattona, si sporca, si reinventa, e poi la scelta che fa rumore, che divide, che interroga: under 35, giovani al centro, non come quota simbolica ma come asse portante della programmazione, laboratori, residenze, nuove scritture, registi e attori chiamati a misurarsi con un palco che ha memoria pesante e pubblico esigente, un teatro che non perdona improvvisazioni ma può diventare trampolino feroce per chi ha voce e visione, il progetto triennale parla di radicamento, di presenza costante nel quartiere, di dialogo con le scuole, con le associazioni, con chi Forcella la vive ogni giorno tra fragilità e orgoglio, tra ferite e resistenza civile, e qui la partita si fa alta perché il Trianon non può limitarsi a programmare spettacoli, deve essere cerniera, spazio di ascolto, officina culturale permanente, Sepe arriva con un profilo solido, regista abituato a testi complessi, a drammaturgie contemporanee, a un teatro che scava e non consola, e ora la sfida è tradurre quella cifra in un contesto che chiede popolarità ma non banalità, accessibilità ma non abbassamento, la successione a Laurito chiude un ciclo riconoscibile, segnato da una forte impronta identitaria e da una gestione che ha riportato il Trianon al centro del dibattito culturale cittadino, ora si cambia spartito, si cambia ritmo, si punta su un’idea di teatro che tenga insieme memoria e scarto, radice e rottura, Napoli e mondo, e tutto questo mentre la città osserva, commenta, giudica, perché ogni scelta al Trianon ha risonanza simbolica, politica, culturale, qui non si tratta solo di cartelloni ma di visione urbana, di quale narrazione affidare a un palco che guarda dritto negli occhi uno dei quartieri più complessi e vitali di Napoli, Sepe parla di legame viscerale con Forcella e la parola non è casuale, viscerale significa corpo, sangue, appartenenza, significa non calare dall’alto ma stare dentro, assumersi il rischio del confronto, della critica, della partecipazione vera, e allora la domanda corre veloce: sarà rivoluzione o promessa? Sarà laboratorio permanente o slogan? Il triennio appena annunciato è una scommessa aperta, una linea tracciata con decisione, senza mezze tinte, e il sipario che si alza non è solo su una nuova stagione ma su un’idea di teatro che vuole tornare ad essere necessario, urgente, persino scomodo, con Forcella al centro e non ai margini, con i giovani in scena e non in platea, con la sceneggiata che smette di essere ricordo e diventa presente, adesso la parola passa al palco, e il palco, al Trianon, non mente.









