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” UMANITA’ ” SILLOGE DI MARIA TERESA LIUZZO

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” UMANITA’ “

SILLOGE DI MARIA TERESA LIUZZO

 

La vena poetica di Maria Teresa Liuzzo, possiamo dire, è inesauribile. Dopo Radici, Psiche, Apeiron, ecco la quarta silloge con oltre cento titoli. Non ci meravigliamo perché la falda acquifera a cui la poetessa attinge è molto profonda basata su un forte sentire; è un’acqua di sorgiva, limpida, non inquinata. Poesia nuova, di una tecnica personale. Continuando nella metafora, potremmo dire che la Liuzzo come un rabdomante gode di un sesto senso che le fa trovare il prezioso liquido anche nei luoghi più isolati. Non sempre il numero, si dirà, è indice di qualità ma agli eventuali critici ricordiamo che la poetessa più grande del mondo classico, Saffo, fu anch’essa feconda e le sue liriche furono inventariate dagli antichi in ben sette libri. La Liuzzo ha come una bacchetta magica nelle sue mani e a questo contatto tutto si trasfigura nello spazio e nel tempo, si proietta in un’altra dimensione dove è dato di entrare solo a quelli che sanno pazientare sulla soglia. Anche contro certo maschilismo- ricordiamo Carducci: Femmine e Preti / non son poeti – teniamo a ribadire che il sentimento, non il sentimentalismo, di cui nessuna poesia per quanto arida può fare a meno, trova nella femminilità la sua sede più naturale. Vedi la composizione in morte di Gilda Trisolini: ”Come carezza di marzo / tra le viole riposa / il tuo sonno di morte”. Un commosso epitaffio così aereo, così in punta di piedi, degno nella sua brevità di stare sulla tomba di Gilda. Questo riferimento ci offre lo spunto per connotare più specificamente la poesia della Liuzzo. E’ una poesia fuor di dubbio pervasa di malinconia e di pessimismo. E quale poeta veramente tale abituato sempre a stare in un’atmosfera onirica e affacciato ai limiti del sogno e dell’infinito può sentirsi a sui agio in un mondo che se anche a volte ci può abbagliare coi suoi lustrini alla fine non manca mai di svelare i suoi manichini di ferro? Ecco E’ sera: Requiem d’anima vivo / ultimi voli lenti / nella sera / al suono che la Chiesa ci donava / nel piccolo paese abbandonato / sotto borgate / di nugoli rosa’. Oppure come in Volto delle madri: ”Muoiono lente / sulla città le stelle / mattinieri ricordi / dove lacrime calde / irrorano baci / di luna. Riprendendo i versi per la Trisolini ci pare perciò questa una poesia che fa del silenzio la sua vita, non si abbandona alla spettacolarità, parla per segni, apparentemente con noncuranza. E’ una semplice carezza, appunto che dice dolcezza, maternità, attenzione che solo gl’intimi avvertono. Una carezza che però non può trovare la sua espressione, se non nel contesto di un sonno di morte. Non è essa a crearlo, ma vi si trova di fronte. C’è sempre e comunque in questi versi in primo piano dopo l’inverno l’imminenza della primavera coi suoi soffi leggeri e il profumo indistinto e l’umiltà delle viole e sul sepolcro la trama perennemente viva di un cipresso. In fondo si realizza quanto il vecchio Omero diceva della morte e del sonno chiamandoli fratelli gemelli, unitamente al sogno, aggiungiamo noi moderni. Poesia di evasione allora? Assolutamente no. La scena del mondo è davanti alla poetessa nella sua tragicità ma anche se attraverso una cifra negativa, proprio come nelle operazioni algebriche, con l’esito della positività. L’intreccio lirico coi suoi riferimenti continui alla realtà quotidiana è un invito a fermarsi, ad accompagnarci con chi soffre, ad offrire anche una ciotola di sogno forse migliore nella sua immediatezza di una speranza lontana. Chi è indifferente tira dritto e non se ne importa di chi piange o dinanzi ai soprusi si chiude in se stesso. Lo dice la poetessa concludendo la silloge con Creazione: ”Rinacque la speranza / in iride d’oceano / sodalizio d’onde / dove naufrago pensiero / sopravvisse”. Capito? Nello sconfinato oceano si può trovare un sodalizio che anche se fatto di singole onde può averla vinta sull’abisso senza fondo e senza sponde. E ancora: ”Dammi la tua mano / e più non moriranno i nostri sogni /, le nostre false attese / ma fiumi diverranno e i laghi, mare”. Ecco allora la terra rinverdire, non più inaridita ma stretta nell’abbraccio fecondo delle acque. E infine: ”Radice distruggerò dell’odio / che alle mie vene attinse / e l’infinito non sarà che inizio / fine da fine, / origine d’eterno”. La poetessa riconosce la naturale propensione a quello che è male, ma anche la reazione all’odio che si alimenta delle nostre passioni, male e odio che essa dissolve nell’infinito col suo eterno ritorno.

Giuseppe Pensabene

 

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