di Andrea Paoli
In Iran sono giorni di terrore, assedio e sangue. Le strade vengono ripulite di notte con le pompe d’acqua, mentre il Paese vive in una condizione di coprifuoco di fatto. Le università sono chiuse, i negozi abbassano le saracinesche già nel primo pomeriggio e nelle città cala un silenzio carico di paura. All’obitorio di Kahrizak, a sud di Teheran, continuano ad arrivare corpi. Su uno dei sacchi neri è scritto: “n. 1.338, Parian, nata nel 2009”. Aveva 16 anni.
È uno dei volti anonimi di una strage senza precedenti, consumata nelle strade iraniane, dove una protesta pacifica e di massa contro la Repubblica islamica si è trasformata prima in disordini e poi in una vera mattanza da parte delle forze di sicurezza.
Numeri incerti, ma il bilancio è già drammatico
Secondo funzionari governativi citati in forma anonima dal New York Times, i morti sarebbero almeno 3mila, tra cui circa 150 agenti delle forze dell’ordine, ma le stesse fonti ammettono che il numero reale potrebbe essere molto più alto. Il sito di opposizione Iran International, con sede a Londra, parla di una cifra drammatica: 12mila vittime. L’intelligence israeliana stima invece almeno 5mila morti.
Se anche solo il dato minimo fosse confermato, si tratterebbe comunque del più grande massacro della storia recente dell’Iran. Una strage che colpisce soprattutto ragazzi e ragazze giovanissimi, scesi in piazza con la rabbia di chi non ha più nulla da perdere, ma continua a sperare in un Paese più libero, più giusto, più democratico.
Un apparato “armato per la guerra”
I manifestanti hanno affrontato un apparato di sicurezza “armato per la guerra”, come denuncia l’ong Hengaw, deciso a non fare prigionieri. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, si è detto «inorridito» e ha condannato le autorità iraniane che promettono un’ondata di esecuzioni contro i manifestanti arrestati, accusati di terrorismo o di “guerra contro Dio”. «È inaccettabile etichettare i manifestanti come terroristi per giustificare la violenza contro di loro», ha dichiarato.
Immagini dal buio informativo
Nonostante il blackout quasi totale di internet, le immagini che riescono a filtrare grazie a Starlink e a una parziale riattivazione delle linee telefoniche — solo per le chiamate in uscita — sono scioccanti: corpi ammassati negli obitori, ospedali pieni di feriti, minacce a chiunque tenti di informare l’esterno.
L’ong Abdorrahman Boroumand racconta di famiglie che hanno scelto di seppellire in segreto i propri figli, per timore che le autorità sequestrassero i corpi o esercitassero ritorsioni. La televisione di Stato, trasmettendo da Kahrizak, è stata costretta a precisare che i servizi mortuari sono gratuiti: segno che anche sui morti, in alcuni casi, venivano chiesti pagamenti alle famiglie per la restituzione dei corpi.
Cecchini e raffiche sulla folla
Testimoni oculari riferiscono di cecchini appostati sui tetti nei quartieri di Sattarkhan e Pasdaran, a Teheran. «Un agente di sicurezza nel quartiere di Aghdasieh sparava indiscriminatamente dalla sua auto», raccontano. «Le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco con mitragliatrici su una folla di giovani uomini e donne».
La capitale, a differenza di molte province, riesce ancora in parte a far arrivare notizie all’esterno, grazie a chi dispone di connessioni satellitari o è riuscito a fuggire verso le zone di confine, dove internet continua a funzionare.
Corpi mutilati e ospedali sotto controllo
Medici e infermieri parlano di giovani colpiti deliberatamente agli occhi. La premio Nobel Shirin Ebadi riferisce che solo nella notte di venerdì sarebbero stati eseguiti almeno 600 drenaggi oculari all’ospedale Farabi di Teheran e altri 300 interventi all’ospedale Khodadost di Shiraz. All’ospedale Sina, alcuni manifestanti feriti sarebbero stati prelevati dagli agenti subito dopo l’intervento chirurgico.
Rastrellamenti e punizioni collettive
La repressione si estende anche al mondo del commercio. Mohammad Saedinia, fondatore dell’omonima catena di caffè, è stato arrestato e tutti i suoi locali resteranno chiusi per aver scioperato in solidarietà con i manifestanti. Nel bazar di Teheran, alcuni commercianti sono stati arrestati per lo sciopero, altri costretti ad aprire negozi vuoti sotto minaccia.
Il Tehran Times riferisce infine che “alti funzionari venuti meno al loro dovere di rispondere alle necessità della popolazione” verranno processati. Un segnale che potrebbe indicare fratture interne al sistema, mentre il Paese sprofonda in quella che appare sempre più come una repressione totale e senza ritorno.









