Nelle ultime settimane, tra Washington e Teheran si è aperto uno spiraglio che somiglia più a un campo minato che a un negoziato. Eppure, per la prima volta dopo anni di minacce, bombardamenti mirati e retorica da guerra regionale, i due Paesi stanno davvero per sedersi allo stesso tavolo. Non è diplomazia ordinaria: è un tentativo disperato di evitare un conflitto che, secondo la Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, potrebbe trasformarsi in una “guerra regionale su vasta scala” .
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ordinato al suo ministro degli Esteri Abbas Araghchi di avviare colloqui con gli Stati Uniti, ma solo “in un’atmosfera libera da minacce e aspettative irragionevoli”, come riportato dall’agenzia Fars e ripreso da LaPresse . È un messaggio calibrato: Teheran vuole negoziare, ma non intende farlo da posizione di debolezza. E non è un caso che Pezeshkian abbia parlato di “dignità, prudenza e interesse nazionale”. È la formula con cui l’Iran dice al mondo che non accetterà un nuovo JCPOA scritto a Washington.
Il vertice dovrebbe tenersi a Istanbul, con Araghchi da una parte e l’inviato americano Steve Witkoff dall’altra. Ma non sarà un incontro a due: secondo Axios, confermato da fonti statunitensi, al tavolo ci saranno anche Turchia, Qatar, Egitto, Arabia Saudita, Oman, Pakistan e forse gli Emirati Arabi Uniti. E perfino Jared Kushner, il genero di Trump, figura chiave nelle trattative mediorientali degli ultimi anni . Quando un negoziato coinvolge così tanti attori, significa che la posta in gioco è enorme e che nessuno vuole essere escluso dal momento in cui si ridisegna l’equilibrio regionale.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, alternano aperture e minacce. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha dichiarato che le forze armate americane sono “più che preparate” ad agire contro l’Iran se i negoziati falliranno, ricordando l’operazione “Midnight Hammer” con cui Washington ha colpito siti nucleari iraniani nel giugno 2025 . È un messaggio che suona come un ultimatum: o l’Iran accetta limiti stringenti al suo programma nucleare, oppure gli Stati Uniti sono pronti a usare la forza. Trump lo ha detto senza giri di parole: “L’Iran non avrà mai armi nucleari” .
La risposta iraniana è stata altrettanto dura. Durante il discorso per l’anniversario della Rivoluzione Islamica, Khamenei ha avvertito che “se gli americani iniziano una guerra, sarà una guerra regionale”, accusando gli Stati Uniti di voler “divorare” le risorse petrolifere iraniane e di aver orchestrato le proteste interne come un “colpo di stato fallito” . È la retorica di un regime che si sente accerchiato, ma anche la strategia di un leader che vuole negoziare senza perdere la faccia.
Il contesto interno iraniano è un vulcano. Le proteste esplose alla fine del 2025, nate dal crollo della moneta e dalla crisi economica, sono state represse con una violenza che ha scioccato il mondo: secondo stime riportate da CBS News, oltre 6.700 manifestanti sono stati uccisi e quasi 50.000 incarcerati . Trump ha minacciato un intervento militare se la repressione fosse continuata, promettendo “aiuto in arrivo” ai contestatori. Khamenei ha risposto definendo le proteste “una sedizione orchestrata dall’estero”. È un Paese che negozia mentre sanguina.
Sul fronte nucleare, le posizioni restano lontanissime. Gli Stati Uniti vogliono zero arricchimento, limiti ai missili balistici e la fine del sostegno iraniano ai gruppi armati regionali. L’Iran accetta di discutere il nucleare, ma rifiuta categoricamente di toccare missili e alleanze militari, definite “cose impossibili” dal ministro Araghchi in un’intervista alla CNN, citata dal Times of Israel . È il cuore del problema: Washington vuole disinnescare l’influenza iraniana nella regione, Teheran vuole mantenerla come garanzia di sopravvivenza.
Intanto, la portaerei USS Abraham Lincoln è stata dispiegata nel Golfo Persico insieme a una flotta di navi e aerei da combattimento. Trump l’ha definita “una massiccia armata pronta a intervenire con velocità e violenza” . È la diplomazia delle cannoniere, la stessa che ha preceduto l’attacco in Venezuela. Eppure, paradossalmente, è proprio questa dimostrazione di forza che ha spinto l’Iran a considerare seriamente il negoziato.
La Russia, intanto, osserva e si offre come mediatrice. Il vice ministro degli Esteri Sergey Ryabkov ha dichiarato che Mosca è pronta a facilitare i colloqui e non ritirerà la sua offerta di mediazione, sottolineando che anche attori regionali del Golfo stanno inviando segnali a entrambe le parti . È un dettaglio che dice molto: la crisi USA‑Iran non è più una questione bilaterale, ma un nodo geopolitico che coinvolge tutte le potenze del Medio Oriente e oltre.
E mentre i diplomatici si preparano a Istanbul, sul terreno la tensione resta altissima. Le basi americane nella regione sono in stato di allerta, la flotta USA resta schierata, e l’Iran continua a minacciare ritorsioni in caso di attacco. Trump ha congelato l’operazione militare “per ora”, in attesa di vedere se il negoziato può funzionare, come riportato da Il Sussidiario . È una tregua fragile, appesa a un filo.
La verità è che questo negoziato non è un gesto di pace: è un tentativo di evitare un disastro. Gli Stati Uniti vogliono impedire all’Iran di diventare una potenza nucleare. L’Iran vuole evitare un attacco che potrebbe far crollare il regime. I Paesi del Golfo vogliono evitare una guerra che incendierebbe la regione. La Turchia vuole consolidare il suo ruolo di mediatore. La Russia vuole guadagnare influenza. E l’Europa, come spesso accade, osserva da lontano mentre la storia si scrive altrove.
In mezzo a tutto questo, resta una domanda che nessuno vuole affrontare apertamente: cosa succede se il negoziato fallisce?
La risposta è semplice e terribile: succede la guerra.
E questa volta non sarebbe una guerra limitata. Sarebbe un incendio.









