Islamabad — Si aprono tra tensioni e diffidenze i colloqui tra Stati Uniti e Iran in Pakistan, nel tentativo di consolidare la fragile tregua che da 14 giorni tiene sospeso il conflitto. Ma il dialogo parte in salita, tra richieste inattese di Teheran e nuove minacce del presidente americano Donald Trump.
A guidare la delegazione statunitense è il vicepresidente JD Vance, affiancato dall’inviato speciale Steve Witkoff, da Jared Kushner e dal capo del Centcom Brad Cooper. Sul fronte iraniano, il negoziato è condotto dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi e dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, insieme a una squadra di alti funzionari politici, militari ed economici.
Il clima resta incerto. A fotografare la situazione è una frase attribuita a un funzionario americano: “Non siamo ancora d’accordo su cosa negoziare”. Un segnale evidente di quanto il terreno sia ancora instabile, nonostante la tregua in corso.
Teheran ha complicato ulteriormente il quadro avanzando una richiesta a sorpresa: lo sblocco di asset finanziari congelati, non meglio specificati, come condizione preliminare al negoziato. Una mossa che Washington non aveva incluso tra i punti base del confronto.
Dal fronte americano, Donald Trump mantiene un tono deciso, indicando due priorità non negoziabili: la riapertura dello Stretto di Hormuz e lo stop al programma nucleare iraniano.
“Apriremo lo Stretto, con loro o senza di loro. E lo faremo presto”, ha dichiarato il presidente, ribadendo che il passaggio — da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale — non può restare sotto il controllo di Teheran. E sul possibile fallimento dei colloqui, Trump non lascia spazio a interpretazioni: “Stiamo caricando le navi con le migliori armi mai costruite. Se non raggiungeremo un accordo, le useremo in modo molto efficace”.
Al centro delle tensioni resta proprio lo Stretto di Hormuz, ancora di fatto controllato dall’Iran. Il traffico marittimo procede a rilento e Teheran non esclude l’introduzione di pedaggi, una prospettiva che Washington considera inaccettabile. Secondo gli Stati Uniti, la riapertura completa dello stretto era una condizione essenziale per rendere operativa la tregua. Ma sul punto non si registrano progressi concreti.
Mentre i negoziati prendono il via, gli Stati Uniti rafforzano la presenza militare nella regione. Secondo fonti americane, sono in arrivo nuovi contingenti, tra cui unità della 82esima Divisione Aviotrasportata, mentre portaerei e gruppi navali sono già in movimento verso il Medio Oriente.
Parallelamente, indiscrezioni provenienti da Israele indicano che l’esercito si starebbe preparando a un possibile fallimento dei colloqui e a una ripresa delle ostilità.
Teheran, oltre agli asset congelati, insiste su un altro punto: l’estensione del cessate il fuoco anche al Libano, chiedendo lo stop agli attacchi israeliani. Una posizione non condivisa da Stati Uniti e Israele, che non considerano Beirut coperta dall’attuale tregua.
Secondo alcune fonti regionali, l’avvio dei colloqui potrebbe coincidere con un annuncio di cessate il fuoco tra Israele e Libano, preludio a nuovi negoziati diretti nei prossimi giorni.
Il vertice di Islamabad si apre dunque in un clima di forte incertezza, tra pressioni diplomatiche, mosse militari e dichiarazioni incendiarie.
La tregua regge, ma appare sempre più fragile. E mentre le delegazioni siedono al tavolo, sullo sfondo resta concreta l’ipotesi di una nuova escalation, che potrebbe riaccendere uno dei fronti più delicati dello scenario globale.









