martedì, Febbraio 10, 2026
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Venezia Non Dorme: 24 Ore di Veleni, Proteste e Orgoglio Lagunare

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Venezia si sveglia sempre con la stessa faccia d’acqua, ma ogni giorno cambia pelle. A volte lo fa in silenzio, altre volte ringhia. Le ultime ventiquattro ore sono state una di quelle giornate in cui la città sembra voler ricordare a tutti che sotto la cartolina c’è carne viva, nervi scoperti, contraddizioni che pulsano come vene sotto la pelle.

A Mestre, in un hotel qualunque, uno di quei posti dove la moquette sa di passaggi rapidi e vite sospese, la polizia ha trovato mezzo etto di cocaina nascosto nel caveau della stanza. Un 33enne albanese, arrivato chissà da dove, pensava forse di essere invisibile. Ma Venezia non è mai davvero un rifugio: è un labirinto che ti osserva, ti inghiotte, ti sputacchia fuori quando meno te lo aspetti. E mentre gli agenti catalogavano bustine, pesi, residui, fuori la città continuava a scorrere come se nulla fosse, come se la droga non fosse ormai un fiume parallelo che attraversa la terraferma e si insinua ovunque, anche dove non dovrebbe.

A Chirignago, la Guardia di Finanza ha trovato sette etti e mezzo di eroina nascosti sotto un letto. Sotto un letto. L’immagine è quasi domestica, quasi tenera, se non fosse che parliamo di una sostanza che spezza vite come fossero rami secchi. Insieme all’eroina c’erano cocaina, hashish, bilancini. Un piccolo supermercato della disperazione. E intanto, nei bar, nei supermercati, nei tram, la gente continua a parlare del tempo, del lavoro, del prezzo del pane, senza sapere che a pochi metri da loro qualcuno confeziona la prossima tragedia.

Nel frattempo, a Ca’ Farsetti, è arrivata una delegazione iraniana.foto articolo venezia 2 Un incontro istituzionale che ha avuto il sapore amaro della contraddizione. L’assessore Venturini ha definito il regime iraniano “uno dei peggiori della storia dell’umanità”. Parole pesanti, dette con la freddezza di chi sa che la diplomazia a volte è solo un velo sottile sopra un abisso. Eppure l’incontro c’è stato, e si è parlato di una futura manifestazione pubblica. Venezia, città che ha sempre oscillato tra commercio e coscienza, ancora una volta si ritrova a fare i conti con la propria identità: accogliere, dialogare, denunciare, tutto nello stesso respiro.

Intanto il Consiglio comunale ha approvato oltre settanta nuove camere d’albergo. Ex Scalera alla Giudecca, ampliamenti sparsi, progetti che avanzano come un’onda lenta ma inesorabile. Fuori dall’aula, cittadini e comitati protestavano. Non urlavano soltanto contro nuove stanze: urlavano contro un modello di città che sembra voler trasformare ogni pietra in un prodotto, ogni calle in un corridoio d’hotel. Venezia è stanca di essere un souvenir, ma continua a essere trattata come tale. E la tensione cresce, sotterranea, come acqua alta che non si vede ma si sente arrivare.

Nel frattempo, Veritas ha lanciato un allarme che fa male più di qualsiasi polemica politica: i decessi sono aumentati, e i crematori non riescono a stare al passo. Un dato che pesa come un macigno. Non è solo una questione tecnica, è un segnale. Qualcosa nella salute collettiva, nel tessuto sociale, nella fragilità delle persone, sta scricchiolando. E Venezia, con la sua popolazione anziana e spesso sola, lo sente più di altre città. La morte qui non è mai un fatto astratto: è un’ombra che passa lenta tra le calli, che si infila nei campielli, che lascia un vuoto che risuona.

E poi c’è il lutto nella ristorazione: è morto Luciano Marsilli, figura storica, uomo che ha dato da mangiare a generazioni di veneziani e turisti. Uno di quelli che non si limitavano a servire piatti, ma costruivano relazioni, ricordi, pezzi di identità. La sua scomparsa è una ferita che non riguarda solo chi lo conosceva: riguarda la città intera, perché ogni volta che se ne va uno di questi pilastri, Venezia perde un pezzo della sua anima più concreta, quella che non finisce nelle guide turistiche.foto articolo venezia 3

Sul fronte sportivo, almeno, c’è una scintilla di orgoglio: il Venezia FC ha battuto il Catanzaro 3-1 al Penzo. Ottava vittoria in nove gare. Una squadra che corre, che lotta, che sembra voler restituire ai tifosi un po’ di quella dignità che spesso la città sente di star perdendo altrove. Il Penzo, con il suo legno che scricchiola e il vento che taglia, è uno dei pochi luoghi dove Venezia non è spettacolo per altri, ma appartenenza per chi la vive.

E infine, come sempre, il turismo. Il biglietto cumulativo per i musei di Piazza San Marco è salito a 35 euro. Una cifra che pesa, soprattutto se si scopre che il 98,5% dei ricavi va a due istituzioni, mentre gli altri due musei statali ricevono cinquanta centesimi a biglietto. Cinquanta centesimi. È l’ennesima fotografia di una città che si regge su equilibri storti, su rapporti di forza che non hanno nulla di romantico. Venezia è un gioiello, sì, ma è anche un campo di battaglia economico dove ogni decisione pesa sulle spalle di chi ci vive davvero.

Le ultime ventiquattro ore ci dicono questo: Venezia non è immobile, non è fragile, non è un museo. È viva, e come tutte le cose vive fa rumore, sanguina, si contraddice, si difende, cade e si rialza. Chi la guarda da fuori vede solo l’acqua che brilla. Chi la vive dentro sente tutto il resto: il peso, la rabbia, la bellezza, la fatica. E forse è proprio questo che la rende unica.

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