Donald Trump rilancia la sfida sul Venezuela e porta allo scoperto quello che appare come uno dei punti centrali della nuova strategia americana in America Latina: il controllo delle risorse energetiche di Caracas. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato che il governo ad interim venezuelano consegnerà agli Usa tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio, precisando che i proventi della vendita saranno sotto il suo diretto controllo.
«Le Autorità Provvisorie in Venezuela consegneranno tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio di alta qualità e autorizzato agli Stati Uniti d’America», ha scritto Trump sulla sua piattaforma Truth Social. «Questo petrolio sarà venduto al suo prezzo di mercato e quel denaro sarà controllato da me, come Presidente degli Stati Uniti, per assicurare che venga usato a beneficio del popolo del Venezuela e degli Stati Uniti».
Secondo la Casa Bianca, il segretario all’Energia è stato incaricato di attuare immediatamente il piano, con navi cisterna pronte a trasportare il greggio verso i terminali statunitensi. Un annuncio che ha immediatamente innescato forti reazioni internazionali.
La Cina ha reagito con durezza. Il ministero degli Esteri di Pechino ha ribadito che il Venezuela è uno Stato sovrano e ha pieno diritto di disporre autonomamente delle proprie risorse naturali, accusando Washington di violare il diritto internazionale e di interferire negli affari interni di un Paese terzo. Pechino è da anni uno dei principali partner energetici di Caracas e considera l’operazione americana un precedente pericoloso.
L’accordo sul petrolio si inserisce in un quadro politico più ampio. Trump ha infatti chiesto apertamente al Venezuela di interrompere ogni legame con Cina, Russia, Iran e Cuba, accusando questi Paesi di esercitare un’influenza destabilizzante sul continente americano. Una richiesta che punta a ridefinire gli equilibri geopolitici della regione e a isolare gli alleati storici del chavismo.
A Caracas il clima resta tesissimo. La vicepresidente Delcy Rodríguez ha proclamato sette giorni di lutto nazionale, mentre nella capitale si registrano proteste, presidi militari e un forte dispiegamento delle forze di sicurezza nelle ore del giuramento delle nuove autorità. Il governo ad interim denuncia un’aggressione esterna e parla di saccheggio delle risorse nazionali.
Nel frattempo Nicolás Maduro è comparso davanti a un tribunale federale di New York, dove è imputato per narco-terrorismo e traffico di droga. L’ex presidente venezuelano ha respinto tutte le accuse, definendo il suo arresto «un rapimento illegale» e dichiarandosi «un prigioniero di guerra» nelle mani degli Stati Uniti.
Il processo, destinato a durare mesi, rappresenta un punto di rottura senza precedenti nei rapporti tra Washington e Caracas e rischia di avere pesanti ripercussioni diplomatiche.
Sul fondo resta il vero nodo della crisi: le immense riserve petrolifere venezuelane, tra le più grandi al mondo. Per molti osservatori, dietro la retorica sulla democrazia e la sicurezza regionale, la mossa di Trump punta a garantire agli Stati Uniti l’accesso diretto a una risorsa strategica, riducendo al tempo stesso l’influenza cinese e russa nell’area.
La comunità internazionale resta divisa. C’è chi vede nell’azione americana un tentativo di stabilizzazione e chi, invece, denuncia una nuova forma di controllo sulle risorse di un Paese sovrano. Una cosa è certa: il Venezuela è tornato al centro dello scontro globale tra le grandi potenze.









