
Nel cuore del Forte dell’Annunziata, a picco sul mare e affacciato verso il confine, si è aperta una mostra che fa molto più che esporre fotografie o opere: racconta una città, la sua ferita aperta, la sua vocazione antica e la sua sfida presente. Ventimiglia non è solo una località della Riviera di Ponente, ma un luogo di passaggio, di mescolanza, di speranza e di attesa. Da anni ormai è diventata uno dei simboli italiani della questione migratoria. Migliaia di persone hanno cercato rifugio, riparo, futuro tra le sue vie e nei suoi spazi. Alcuni sono rimasti invisibili, altri hanno lasciato segni, volti, memorie. La mostra “Da confine a comunità” prova a restituire dignità a quelle storie, accogliendole in un luogo che a sua volta ha fatto da confine, trincea, osservatorio. Fino al 27 luglio, le sale del museo ospitano una selezione di immagini, oggetti, installazioni, suoni e testimonianze che parlano di migrazione, solidarietà, incontro. Non con toni accusatori o drammatici, ma con uno sguardo umano, partecipe, capace di offrire un’altra narrazione rispetto a quella, spesso semplicistica, dei media nazionali. Tra gli scatti esposti, molti sono firmati da fotoreporter che hanno seguito da vicino il dramma del confine italo-francese: valichi chiusi, stazioni notturne, tende improvvisate lungo il Roya. Ma accanto alle immagini vi sono anche documenti d’archivio, lettere, diari, piccoli oggetti lasciati da chi è passato e ha sperato. Il curatore dell’allestimento ha sottolineato come Ventimiglia sia diventata, suo malgrado, un laboratorio politico e sociale. Qui si incrociano dinamiche internazionali e fragilità locali. Ma, al tempo stesso, la città ha saputo rispondere con dignità, grazie all’impegno di tante associazioni, volontari, medici, avvocati e semplici cittadini. Il Forte dell’Annunziata diventa quindi il luogo perfetto per accogliere questa riflessione: bastione di pietra che ha visto guerre e dominazioni, oggi si apre a storie nuove, dolorose ma cariche di futuro. All’interno dell’esposizione spiccano alcune testimonianze sonore registrate da migranti passati da qui: voci giovani, a volte spezzate, che parlano in francese, arabo, inglese o tigrino. Le loro parole raccontano fughe, famiglie spezzate, attese alla frontiera, ma anche incontri inattesi, accoglienza, speranza. Un pannello riporta una frase semplice e potente: “Qui sono stato trattato come un essere umano”. È forse questo il messaggio più forte che la mostra vuole trasmettere. Non mancano, poi, le opere di artisti locali e internazionali che hanno voluto contribuire alla narrazione. Una grande installazione centrale raffigura un albero di confine, con radici che affondano in due direzioni opposte e rami intrecciati con fili colorati. Simbolo di divisione, ma anche di unione, resistenza e adattamento. Ogni ramo porta il nome di una città attraversata da rotte migratorie: Khartoum, Tripoli, Lampedusa, Mentone, Marsiglia. Il pubblico ha risposto con grande partecipazione all’inaugurazione, che si è trasformata in un momento di confronto spontaneo. Tra i visitatori anche molte scuole, gruppi scout, operatori del terzo settore, ma anche semplici turisti, sorpresi di scoprire un volto diverso di Ventimiglia, più profondo e autentico. L’iniziativa è sostenuta da diversi enti locali, dalla Regione Liguria e da alcune fondazioni europee impegnate nei temi dell’inclusione sociale. Questa mostra non è soltanto un evento culturale, ma un gesto politico nel senso più nobile del termine: riconoscere la complessità del presente e dare voce a chi troppo spesso viene dimenticato. Ventimiglia, che da secoli è terra di passaggio e di scambi, trova nel racconto di sé una nuova forma di consapevolezza. E il Forte, che un tempo difendeva i confini, oggi li apre all’umanità.









