Al Vomero c’è una strada che porta il suo nome. Via Annella di Massimo. La percorriamo tutti i giorni, ma pochi sanno chi fosse davvero la donna a cui è dedicata.
Si chiamava Diana De Rosa. Nacque a Napoli nel 1602, in una casa dove i pennelli erano di casa: il padre era pittore, il fratello Pacecco sarebbe diventato famoso, e anche il patrigno e il marito dipingevano. L’arte, per lei, non fu una scelta. Fu l’aria che respirava.
Fin da ragazza dimostrò di avere “la mano”. Lo zio Pacecco la portò nella bottega di Massimo Stanzione, il pittore più amato dai napoletani dell’epoca. Diana voleva conoscerlo, imparare da lui. Chiese lei stessa di essere messa alla prova. La prova andò benissimo. Tanto che Stanzione la volle come allieva. Da lì nacque il nome con cui la storia la ricorda: Annella di Massimo. Annella, allieva di Massimo.
In un’epoca in cui le donne entravano a malapena nei cantieri dell’arte, lei ci rimase. Dipinse pale d’altare, storie sacre, figure femminili forti. Nelle sue tele c’è una luce diversa, più intima. Gli storici la definiscono oggi “la risposta napoletana ad Artemisia Gentileschi”.
Poi arrivò la leggenda. Nel 1743 un biografo scrisse che Annella era stata uccisa dal marito, geloso delle attenzioni che le riservava il maestro. Una storia romantica, tragica, perfetta per il Seicento. Peccato che i documenti dicano altro: Diana morì il 7 dicembre 1643, di malattia. E morì lasciando soldi e lavori, segno che la sua professione le aveva dato successo.
Per secoli però il suo nome è rimasto nell’ombra. Solo da poco Napoli ha deciso di restituirle lo spazio che merita. Nel marzo 2026, in via Annella di Massimo, è stata scoperta una nuova targa: questa volta c’è scritto anche il suo vero nome, Diana De Rosa.
Non è solo un pezzo di metallo su un muro. È il riconoscimento di una donna che, 400 anni fa, impugnò il pennello quando quasi tutte le altre erano costrette a guardare.
E forse è anche un promemoria. Che il talento non ha genere. E che alcune storie, se non le raccontiamo noi, rischiano di perdersi tra una via e l’altra.
Antonietta Cacace










