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“Vietate da 20 anni”. Bambino morto in asilo, notizia choc sulla cause: si è appena saputo

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Nelle ultime ore è emerso un particolare che sta sconvolgendo ancora di più la tragedia del piccolo Leonardo Ricci, il bimbo di due anni morto mentre giocava nel cortile del nido nell’Aretino. Un dettaglio arrivato all’attenzione degli investigatori solo adesso, e che riguarda proprio l’indumento che il bambino indossava quel giorno. Un indumento che, secondo le regole europee, non avrebbe mai dovuto trovarsi né in commercio né tantomeno addosso a un bimbo così piccolo.

La ricostruzione parla di un cordino finito attorno al collo, ma ora la domanda diventa ancora più pesante: come ha potuto circolare una felpa che la normativa Ue vieta da anni?

A chiarire l’aspetto tecnico è Barbara Bertocci, co-fondatrice e direttrice creativa del marchio Monnalisa. A La Nazione spiega che la normativa è tutt’altro che recente: «È una regola fondamentale di sicurezza, in vigore da oltre dieci anni. Chi non la rispetta è soggetto a sanzioni». Intanto, per il decesso del piccolo risultano indagate cinque persone, tra cui una maestra dell’asilo Ambarabà Ciccì Cocò di Soci, in provincia di Arezzo.

Parole che aggiungono un’altra crepa dolorosa: se la norma è chiara, cosa è andato storto lungo la filiera?

La famosa EN 14682, recepita obbligatoriamente da tutti i Paesi Ue, stabilisce che i capi destinati ai bambini da 0 a 7 anni – o sotto i 134 cm di altezza – non debbano avere lacci, corde funzionali o decorative nella zona del collo e del cappuccio. Per i più grandi sono ammessi solo cordini ad anello, senza estremità libere e rispettando rigidi parametri.

Regole nate per evitare proprio ciò che è accaduto al piccolo Leonardo: incidenti dovuti all’impigliamento dei lacci.

Nel 2014 arriva l’aggiornamento: la EN 14682:2014, ancora più precisa. Per i bambini piccoli i lacci possono esistere solo se non superano i 7 centimetri. Ogni frangia decorativa vicino al collo è vietata. Eppure Leonardo indossava una felpa esattamente del tipo proibito.

Bertocci ipotizza che il capo possa provenire da circuiti difficili da monitorare: «Capi molto vecchi, vintage o riciclati. Oppure prodotti da piccole aziende senza adeguati controlli e certificazioni. Ma la norma è estremamente precisa».

E ora, mentre gli inquirenti ricostruiscono ogni passaggio, resta da capire come un capo non conforme possa essere finito addosso a un bimbo così piccolo. Non un’accusa, ma un nodo da sciogliere per fare luce su un dettaglio che, solo ora, sta assumendo un peso decisivo nel racconto di questa tragedia.

 

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