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Vino senza alcol, via libera anche in Italia: cosa cambierà per i consumatori e i produttori

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di Germana Carillo

 

Sbloccata la produzione di vini senza alcol in Italia: un provvedimento interministeriale fissa le regole per la produzione della nuova bevanda

 

Dopo mesi di tira e molla, il via libera è arrivato: anche in Italia si potrà produrre vino dealcolato (o a bassissima gradazione). A sbloccare tutto è stato un decreto interministeriale di Mef e Masaf, che per la prima volta mette nero su bianco regole fiscali, accise e procedure.

Tradotto: le cantine italiane possono entrare in un mercato che, nel resto d’Europa, è già realtà.

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Ma di cosa stiamo parlando davvero? E soprattutto: è una buona idea o no.

Cos’è il vino dealcolato e cosa prevede il decreto

Il vino dealcolato non nasce analcolico. È vino prodotto con fermentazione classica, dal quale l’alcol viene poi rimosso (in tutto o quasi) tramite tecniche fisiche come la distillazione sotto vuoto o l’osmosi inversa. Il risultato? Un prodotto con gradazione prossima allo zero o molto bassa.

Il decreto stabilisce:

  • categorie di produttori in base ai volumi (sopra o sotto i 1.000 ettolitri annui)
  • regole chiare per autorizzazioni, stoccaggio e circolazione del prodotto
  • limiti precisi alle attività accessorie, consentendo solo quelle funzionali alla produzione del vino dealcolato

È un passaggio tutt’altro che tecnico: senza questo quadro normativo, le aziende italiane partivano svantaggiate rispetto ai concorrenti europei.

Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida parla in effetti di nuove opportunità e punta sull’eccellenza italiana anche in questo segmento. Dal lato delle imprese, il clima è meno ideologico e più pragmatico. Paolo Castelletti, segretario generale di Unione italiana vini, parla di “bella notizia” dopo un periodo difficile. E Luca Rigotti di Confcooperative Federagripesca è netto: non è una moda passeggera, ma un cambiamento strutturale.

È davvero una buona idea?

Senza dubbio, il nuovo prodotto va a intercettare chi non beve alcol per scelta, salute o religione e può aiutare alcune cantine a diversificare in un momento di consumi in calo. Ma? Il gusto non è quello del vino tradizionale e non solo: i processi di dealcolazione sono costosi e tecnologicamente invasivi, oltre al fatto che potrebbe esserci il rischio concreto di snaturare l’identità culturale del vino italiano se diventa solo un prodotto industriale.

Quel che è certo è che il vino dealcolato non sostituirà il vino tradizionale. E non deve farlo. Ma ignorarlo sarebbe miope. La chiave sta tutta lì: usarlo come categoria parallela, senza spacciare un compromesso per tradizione.

Se l’Italia saprà farlo con trasparenza, qualità e senza retorica, può funzionare. Se invece diventa l’ennesima operazione di marketing travestita da rivoluzione green, il flop è dietro l’angolo.

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