Un’altra vicenda di violenza minorile sconvolge la provincia di Napoli. A Volla un ragazzino di appena 13 anni è stato massacrato di botte da un branco di coetanei che lo ha aggredito per rubargli il cellulare. Un pestaggio feroce, improvviso, quasi animalesco, avvenuto nel tardo pomeriggio in una zona centrale e frequentata, a pochi passi dai negozi ancora aperti e da famiglie che rientravano a casa. Il ragazzo sarebbe stato circondato dalla baby gang dopo aver rifiutato di consegnare il telefono che teneva in mano. Da quel rifiuto è partita la violenza: calci, pugni, schiaffi, colpi alla testa e all’addome, mentre qualcuno del branco — secondo le prime testimonianze — incitava gli altri a “finire” la vittima per impedirgli di reagire o chiedere aiuto. Il tredicenne è rimasto a terra, sanguinante e sotto shock, finché alcuni passanti non si sono avvicinati costringendo i giovani aggressori alla fuga. Sul posto sono intervenuti i sanitari del 118 che hanno trasportato il ragazzino all’ospedale pediatrico Santobono di Napoli: ha riportato varie contusioni, traumi al volto e alla schiena, ma fortunatamente non è in pericolo di vita. Resta però profondamente scosso, incapace di capire come un semplice cellulare possa trasformarsi, tra coetanei, in un’occasione di odio e sopraffazione. I carabinieri della compagnia di Torre del Greco hanno avviato le indagini per identificare i membri della baby gang: si tratterebbe di un gruppo di sei o sette adolescenti, molto giovani, alcuni forse già noti per piccoli episodi di bullismo e rapine ai danni di ragazzi della stessa età. Le telecamere di sorveglianza della zona sono state acquisite e potrebbero rivelarsi decisive per riconoscere i responsabili, mentre i militari stanno ascoltando testimoni e amici della vittima per ricostruire l’intera dinamica. L’aggressione ha provocato un’ondata di indignazione e paura a Volla, una comunità che negli ultimi mesi ha osservato con crescente preoccupazione il moltiplicarsi di episodi di microcriminalità minorile: furti di scooter, minacce, risse improvvise, rapine di cellulari, gruppi di giovanissimi che stazionano per ore nelle strade come se fossero territori da controllare. Il caso del tredicenne picchiato a sangue riaccende i riflettori su un problema che le famiglie, gli insegnanti e gli educatori denunciano da tempo: l’assenza di limiti, il culto della sopraffazione, l’idea distorta della forza come unico linguaggio possibile. Un modello che trova terreno fertile nella mancanza di presidi educativi, nelle assenze degli adulti e soprattutto nella cultura della viralità, in cui filmare un’aggressione e condividerla vale più del gesto stesso. Le istituzioni locali hanno condannato duramente il raid e chiesto un potenziamento delle misure di prevenzione, mentre molti genitori hanno espresso il timore di non poter più lasciare i propri figli uscire da soli, nemmeno per pochi minuti, senza il timore che vengano presi di mira. Il caso richiama alla memoria episodi analoghi avvenuti nell’area metropolitana negli ultimi anni: adolescenti trasformati in predatori per un cellulare, per un motorino, per uno sguardo “di troppo”, per un senso del potere costruito sulla fragilità degli altri. Una spirale che non accenna a fermarsi. Ora l’obiettivo degli investigatori è identificare rapidamente i componenti della baby gang, che rischiano pesanti accuse nonostante la giovane età. Nel frattempo Volla resta scossa e arrabbiata, una comunità ferita che ancora una volta si trova a fare i conti con un’urgenza sempre più evidente: recuperare i ragazzi prima che la strada li trasformi in carnefici, prima che un altro ragazzino finisca a terra, pestato da un branco che non conosce più confini né rispetto per la vita.









