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Il film “La Passione di Cristo”

La Passione di Cristo, i vent’anni di un caso cinematografico

@GIULIO ZOPPELLO

Il 25 febbraio 2004 usciva in sala il film di Mel Gibson, ad oggi l’opera religiosa sul grande schermo più controversa e discussa di tutti i tempi

La Passione di Cristo

Jim Caviezel durante le riprese de La Passione di Cristo, fu colpito da ipotermia e polmonite.

La Passione di Cristo è un film che ha lasciato senza dubbio un’impronta. Ma di che tipo? Esattamente vent’anni fa Mel Gibson faceva arrivare in sala un film che avrebbe diviso la critica, tra accuse, polemiche, sorpresa, disgusto, ma con una risposta del pubblico che ne fece il film di punta della Pasqua di quell’anno. Rimane ad oggi, la sensazione che darne un giudizio definitivo sia molto difficile, per tutta una serie di motivazioni e ragioni, in cui spesso la mera natura cinematografica dell’opera è da mettere in disparte, in favore di altri elementi.

Un film religioso che aggredì il pubblico come mai prima

La Passione di Cristo viene accusato da molti di essere un film connesso ad un uso quasi pornografico della violenza, al limite del sadomasochismo, in cui il martirio è momento senza alcun contenuto realmente profondo. Insomma, Mel Gibson per molti vent’anni fa creò un’opera sensazionalistica, furbissima ma intellettualmente disonesta, nonché naturalmente antisemita, reazionaria e fanatica. La Passione di Cristo ad un primo sguardo effettivamente appare come una delle operazioni cinematografiche più strategicamente accurate mai concepite, ma il suo successo al botteghino, enorme per l’epoca con quasi 630 milioni di dollari, affonda le sue radici in una pluralità di fattori che meritano di essere approfonditi. Essi ci rivelano quanto la sua maggior virtù, sia stata sia quella di arrivare al momento giusto, sia di offrire al pubblico generalista qualcosa di inedito. Mel Gibson già all’epoca era noto per le sue posizioni politiche e religiose radicali, che nel tempo lo avrebbero visto emarginato e ostracizzato, a dispetto della sua innegabile capacità registica, della sua audacia. Gibson veniva da L’Uomo Senza Volto e dall’apprezzatissimo film epico Braveheart, e in molti si stupirono sulla sua volontà di realizzare La Passione di Cristo che giunge però in un momento molto particolare. Siamo nel 2004, tre anni dopo che gli attacchi dell’11 settembre hanno bene o male innescato una nuova contrapposizione religiosa su scala globale, con la rinascita (o meglio resurrezione) della componente religiosa nella politica occidentale, andando ben oltre i confini degli Stati Uniti. Un fenomeno che ha ancora vent’anni dopo è vivo e presente nella nostra società e politica, spesso con deriva assurdamente tecnocratiche.

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Ma l’inizio di quel millennio è anche un momento molto particolare per ogni credente, visto che all’epoca una grossa fetta degli alti gradi del Clero e dei credenti si muove in antitesi a ciò che Papa Wojtyła cercava di realizzare, connettendosi all’eredità del Concilio Vaticano II in materia di libertà religiosa, ecumenismo e opporsi al tradizionalismo più radicale. Quel tradizionalismo è una seconda pelle per Gibson, che per La Passione di Cristo crea un iter a metà tra misticismo e religiosità arcaica, al limite dell’esaltazione. Anna Emmerick, María di Ágreda e Maria Valtorta, sono solo alcune delle fonti (molto discutibili) utilizzate per narrarci del martirio di Cristo, per farlo sposando l’esaltazione della carne che viene stravolta per cambiare il mondo. Una religiosità violenta, senza mezze misure, dogmatica e quindi divisiva per sua stessa natura. Mel Gibson decide di utilizzare aramaico, romano antico, ebraico, si connette visivamente all’arte religiosa più nota, per creare le fondamenta di un’opera che, almeno sulla carta, promette al pubblico un’immersione senza pari nell’antichità. Qualcosa che poi riproporrà con risultati ancora più potenti in Apocalypto. La Passione di Cristo è però anche una rivoluzione cinematografica, attraverso cui Gibson esalta un cinema frontale e d’assalto, andando ben oltre tutto ciò che era stato fatto nei decenni precedenti, quando si era cercato di raccontare la storia del figlio di Dio al cinema. Jim Caviezel, lanciato da Terrence Malick, si sottopose sul set a uno sforzo fisico estenuante, creò un Gesù a doppia faccia. Le sofferenze Gibson le usa come una sorta di pellicola, con cui nascondere una trascendenza totalizzante, perennemente sopra le righe. L’uomo esiste ma è solo apparenza, questo Gesù è tra noi ma è come non ci fosse, respira la nostra stessa aria, suda, sanguina, ma non abbiamo nulla in comune con lui.

Un’opera coerente nella sua identità divisiva e radicale

La Passione di Cristo ad oggi appare radicalmente diverso da La più Grande Storia Mai Raccontata, dal Cristo di Ben Hur, quello di Il Re dei Re, non parliamo poi di quello di Jesus Christ Superstar o l’Ultima Tentazione di Cristo. Gibson paradossalmente confessò di essersi soprattutto ispirato Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, con quel Cristo coperto di polvere, sudore, vestito di stracci, con cui è così facile empatizzare per il pubblico. Lo gira tra l’altro negli stessi posti, a Matera e altre località della Basilicata, sceglie un cast italiano quasi per la totalità, ad eccezione di Jim Caviezel. Ci offre infine uno dei film più crudi, violenti e scioccanti dai tempi della Salò di Pasolini, con la lucida volontà di essere quasi una sorta di propaganda religiosa, anzi un atto di fede cinematografica. La Passione di Cristo è un crescendo di torture, ad ogni spettatore laico sembrerà un Festival dell’eccesso e del fanatismo, ma ad uno religioso, ogni goccia di sangue, ogni urlo, ogni tassello di una violenza che si fa di momento e momento più intollerabile, diventa narrazione religiosa assolutamente irresistibile per un credente, è il sacrificio che lava i peccati dal mondo. Cristo resiste a tutto, anche al Satana di una Rosalinda Celentano magnetica, altro elemento intelligente ed astuto di un film in cui il mitologico, non solamente il sacro, hanno un ruolo chiave, ed in cui Gibson quasi strizza l’occhio al fantasy, sicuramente all’horror. Il fu Mad Max è sì un gran furbastro, ma anche un grande regista. Sa come colpire nel modo giusto il pubblico, non solo quello religioso, come riprendere una storia narrata da decine di volte e renderla avvincente, anche tramite l’uso di una fotografia magnifica di Caleb Deschanel. La Passione di Cristo sembrò un film naturalista, diverso dal glamour hollywoodiano, ma nascose solamente la sua artificiosità come il più astuto degli impostori.

Mel Gibson avrebbe ripreso sia in Apocalypto che in Hacksaw Ridge la figura del messia, del singolo che si fa carico di drammi e momenti storici giganteschi, della lotta contro la collettività che cerca di distruggerne moralità e fede. Era laica nell’epopea di William Wallace, è fanatica in La Passione di Cristo ma sono due lati della stessa medaglia, impugnata da chi vedrà nel pontificato di un dogmatico come Papa Ratzinger il ritorno alla “vera fede”. La Passione di Cristo ebbe maestranze di grandissimo livello, questo non va dimenticato, le uniche che furono degnate di uno sguardo agli Oscar. Lo avrebbe meritato Jim Caviezel? Si, siamo onesti, così come la regia di Gibson. La realtà è che vent’anni fa Mel Gibson creò forse il film religioso definitivo, capace però di affascinare anche lo spettatore laico per la potenza della messinscena, per una coerenza innegabile, per la capacità di toccare l’emotività universale nel profondo con il dolore di una madre e l’agonia di un uomo, con il tema dell’ambiguità morale che si percepisce ad ogni secondo. Rimane però anche un film fortemente reazionario, antisemita (anzi antigiudaico) senza alcun ritegno, armato di una rigidità del credere in perfetta contrapposizione alla fluidità della società del XXI secolo. La Passione di Cristo a vent’anni di distanza ha stabilito un precedente unico ed inimitabile, di fatto ha probabilmente chiuso ad ogni altra possibile rappresentazione di quel preciso momento. Nessun film in seguito ha saputo rivaleggiare con questo, nessun altro potrà mai farlo. Rimane senza ombra di dubbio il film più personale di Mel Gibson eppure il più universale e non smette dopo vent’anni di esercitare un fascino strano, di mettere a soqquadro la nostra sensibilità e le nostre certezze.

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