lunedì, Giugno 17, 2024
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L’EMPOWERMENT FEMMINILE IN ITALIA: SFIDE E PROSPETTIVE 

“L’approccio all’8 marzo porta con sé celebrazioni e riflessioni sulla condizione delle donne in Italia”

 

L’8 marzo, dietro ai doni e ai complimenti, emerge una realtà complessa e spesso difficile. 

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STATISTICHE ALLARMANTI

Dati recenti mettono in luce una serie di ostacoli che le donne affrontano quotidianamente, dalla disuguaglianza sul posto di lavoro alla persistente violenza di genere. 

L’occupazione femminile in Italia si attesta al 55%, cifra che si discosta significativamente dalla media dell’Unione Europea, la quale raggiunge il 69,3%.

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Questo divario è accompagnato da una persistente disparità salariale di genere.

Secondo l’Osservatorio sui lavoratori dipendenti del settore privato dell’INPS, le donne percepiscono circa 8.000 euro in meno rispetto ai loro colleghi maschi.

Anche i dati sulla violenza di genere restano allarmanti. 

La Polizia di Stato riporta che ogni giorno 85 donne subiscono reati come maltrattamenti in famiglia, stalking e violenza sessuale.

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Ancora più preoccupante è il fatto che spesso gli autori di questi reati sono coloro che affermano di amarle: il 39% sono mariti o compagni, mentre il 30% sono ex partner.

IL PARERE DI UN ESPERTO 

Per una valutazione approfondita della situazione, abbiamo intervistato l’Avvocato Valentina Ruggiero, esperta in diritto di famiglia e sostenitrice delle donne vittime di qualsiasi forma di violenza. 

Quali sono gli strumenti legali disponibili per le neomamme che desiderano conciliare lavoro e famiglia senza dover abbandonare il mondo del lavoro? 

“Mi spiace dirlo ma se non ci sono supporti familiari adeguati, ancora oggi una donna che desidera realizzarsi e fare carriera non riesce a trovare un giusto equilibrio tra famiglia (figli piccoli in tenera età…) e mondo del lavoro. Le penalizzazioni sono ancora tante. Sula carta vi sono molti contributi‚ ma nella realtà è difficile eseguirli in quanto ci sono dei tetti minimi e massimi da considerare. Basta pensare alla situazione degli asili nido, che al nord e al centro possono accogliere circa il 33% dei bambini, mentre al Sud solo il 14%”. 

Pensa che l’insufficienza del congedo di paternità in Italia abbia un impatto sulla scelta delle neomamme di uscire dal mondo del lavoro? Come si presenta attualmente la situazione del congedo di paternità in Italia?

“Il congedo di paternità esiste, ha una durata di 10 giorni, che sono fruibili da 2 mesi prima della data presunta del parto, a 5 mesi dopo. Tale congedo è maggiore nel caso in cui la madre sia deceduta, impossibilitata a prendersi cura del bambino, o lo abbia abbandonato. Certo, parliamo di una situazione ben diversa da quella spagnola, dove i giorni di congedo sono gli stessi per entrambi i genitori, o anche solo francese, dove i giorni sono 28, i primi 7 dei quali obbligatori. I papà ne usufruiscono, ma ad oggi è ancora la donna che tende a sacrificarsi maggiormente per crescere al meglio li proprio figlio. I giovani padri sono più accudenti con i figli minori e più partecipi alla loro crescita e alla loro cura rispetto a quanto avveniva in passato. Ma ancora oggi, per mentalità, è la madre lavoratrice a sacrificare la carriera per crescere i figli. È più una questione di retaggio culturale”. 

Le donne, a causa del divario salariale di genere, spesso si trovano economicamente dipendenti dal partner, anche in situazioni di relazioni tossiche e violente. Quali opzioni avrebbero queste donne per emanciparsi dalla dipendenza economica?

“Noi libere professioniste riusciamo a mantenere un’attività lavorativa poiché possiamo conciliare maggiormente gli orari lavorativi con le esigenze familiari (anche se è molto complicato, e sappiamo bene che la libera professione porta con sé altre problematiche). Le lavoratrici private hanno orari fissi, ai quali spesso si aggiunge il tempo per raggiungere il posto di lavoro e per tornare a casa, ed è difficile mantenere un lavoro quando ci si assenta spesso, si chiedono congedi, giorni per la malattia o le visite del bambino o aspettative. Certamente la non certezza economica rende meno libere di separarsi e molte donne per necessità restano ancora sposate con sacrifici psicologici enormi. Questa dipendenza economica può trasformarsi in una forma di violenza subdola, difficile da riconoscere anche da parte della vittima. Ogni caso è, ovviamente, a sé. Se la donna ha rinunciato al lavoro di sua volontà e, di comune accordo, è il partner a provvedere economicamente alla famiglia, si tratta di una scelta di coppia legittima e rispettabile. Se, invece, l’abbandono del lavoro è stato imposto dal partner, che poi usa il denaro per tenere la donna in una condizione di dipendenza e sottomissione, la donna e il figlio si trovano a vivere in un contesto tossico e violento, in quel caso consiglio di rivolgersi ad un avvocato o ad un centro antiviolenza, per conoscere tutte le alternative”.

La violenza di genere in Italia rimane un fenomeno diffuso, ma molte donne esitano ancora a denunciare per vergogna o timore di ritorsioni, specialmente se vivono con il loro aggressore. Quali consigli darebbe a queste donne?

Come detto più volte, bisogna denunciare, subito, senza aspettare per vedere se quella è stata l’ultima volta o se ce ne sarà un’altra. È importante affidarsi a professionisti che possono aiutare la donna concretamente, anche garantendole un supporto successivo alla denuncia. Certamente oggi li codice rosso, li codice rosa e i braccialetti elettronici hanno permesso di fare passi avanti importanti, velocizzando le procedure per le denunce e i processi per violenza, e offrendo forme di garanzia maggiori, ma ci vuole sempre un supporto familiare adeguato. Se non sente di avere un supporto dai membri della famiglia di origine, o da amici particolarmente cari, le donne evitano ancora di denunciare, e questo può portare ai tristi epiloghi che ascoltiamo in cronaca”.

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CONSIDERAZIONI FINALI 

Le neomamme italiane si trovano spesso a dover fare scelte difficili tra lavoro e famiglia, con sistemi di supporto inadeguati e scarsi strumenti legali per bilanciare entrambi gli aspetti della loro vita.

Il limitato congedo di paternità e il divario salariale di genere contribuiscono a perpetuare una dipendenza economica dal partner, aumentando il rischio di rimanere intrappolate in relazioni tossiche e violente.

Per affrontare queste sfide, è essenziale promuovere una maggiore consapevolezza, risorse e sostegno per le donne vittime di violenza di genere, incoraggiandole a denunciare e offrendo loro il supporto necessario per guarire e ricostruire la propria vita.

Solo attraverso un impegno collettivo e una serie di interventi concreti possiamo sperare di creare un futuro più equo e sicuro per tutte le donne in Italia.

@Mirella Madeo

 

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