venerdì, Luglio 19, 2024
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L’ipocrisia sui braccianti invisibili

Duecentomila braccianti invisibili, titolava l’altro giorno Repubblica nella sua solita retorica. Nulla invece è più visibile dei lavoratori sfruttati: possiamo tranquillamente disegnare una mappa degli abissi dell’umiliazione; il caporale è solo l’ultimo farabutto di una gerarchia di fetenti sfruttatori, dove ognuno trasforma le vite degli altri in un inferno per salvare se stesso. È tutto talmente visibile che non sorprende la carta mostrata nel suo telegiornale da Enrico Mentana per cui il titolare dell’azienda dove “lavorava” Satnam è indagato dal 2019 per reati attinenti al caporalato.

La filiera dello sfruttamento non ha nulla di misterioso, niente e nessuno sono invisibili. Dall’agricoltura alla moda passando per l’edilizia: il caporalato mette le mani nel putrido, sa e ha imparato a indurire il proprio cuore come nemmeno la più bestia fa. Ma sopra il caporalato – dicevamo – ci sono gli altri che alimentano direttamente o indirettamente la filiera tossica. Il caporale è mostro perché gli altri mostri non li vedi.
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Nel gioco dell’ipocrisia le dichiarazioni dei politici seguono lo schema infantile dell’assegnare pagelline. Nel fischiare il sindaco di Latina perché straniero nella “loro” manifestazione. In quelle manifestazioni spot per sinistra e sindacati, Soumahoro – per fare un esempio – era il loro eroe buono, sempre anche quando qualcuno raccontava alcune cose che non andavano. Lo stesso fanno quei giornalisti e quei commentatori costretti a sospendere le loro ricerche sull’Italia fascista per dedicarsi a uno sfruttamento che – a loro dire – trova “nel governo di destra la stessa cultura della loro violenza” o dove “i lavoratori sfruttati devono salutare il busto del Duce conservato dal caporale”. Questo è il giornalismo dei moralisti.
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Lo mappa del caporalato è chiara. Perchè non l’andiamo a rompere? Perché continua a resistere? Forse perché se mandi l’esercito a bonificare lo sfruttamento e i carabinieri ad arrestare i cattivi, i buoni perdono il loro e gli sfruttati perdono la possibilità di mettere assieme i soldi per cui accettano le peggiori violenze. Più sei indebitato con qualcuno e più accetterai la compressione dei diritti fondamentali, la cui difesa è “vintage”. Chi arriva clandestino resta impigliato; chi torna a essere clandestino resta impigliato; chi deve pagare il pizzo agli scafisti e ai mercanti di essere umani resta impigliato; chi ha più debiti da saldare resta impigliato… Potrei andare avanti a lungo ma sempre lì restiamo: quando lo Stato abdica dal controllo e si pensa che sia cattivo perché controlla rigorosamente le frontiere, vince quel mercatismo che surfa nello sfruttamento. Lo Stato deve controllare: le forze dell’ordine e l’esercito devono andare sistematicamente in quei campi e in quei luoghi dove il lavoratore diventa più conveniente della macchina. Lo Stato deve abbattere le baraccopoli. Lo Stato deve andare nei mercati ortofrutticoli dove a essere sfruttato non è solo lo straniero ma anche il piccolissimo imprenditore agricolo italiano che si ritrova con un carico di frutta e verdura, risultato del suo onesto sudore, che diventa uno scambio asimmetrico e in nero perché “o è così o non ti compro niente”.

Ci vuole fermezza e rigore! Ci vuole rispetto dei diritti fondamentali. Non c’è bisogno di figurine come era stato Soumahoro. E ci sarebbe bisogno che un ex procuratore antimafia come Giancarlo Caselli, ingaggiato da Coldiretti come presidente dell’Osservatorio sulle Agrimafie, ci aiutasse a fare pulizia. Magari parlando anche a quei suoi ex colleghi forse troppo lenti e troppo blandi contro chi riduce donne e uomini a macchinari. Lo ripeto: di invisibile non c’è davvero nulla.

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