giovedì, Maggio 30, 2024
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Ora conosciamo grazie agli scienziati questi nuovi segni rivelatori dell’Alzheimer

 

Marcella La Cioppa   di   MARCELLA LA CIOPPA

Un nuovo studio ha individuato nuovi segni rivelatori della malattia di Alzheimer, che potrebbero aiutare per prevenire i sintomi di questa condizione neurodegenerativa.

L’Alzheimer è una malattia neurodegenerativa sempre più diffusa, e che va a colpire aree del cervello causando declino cognitivo.

Al momento non è stata individuata una cura, ma un team internazionale guidato dall’Università della California, a San Francisco, ha effettuato il primo studio su larga scala sull’atrofia corticale posteriore.

Questa condizione è caratterizzata da un insieme sconcertante di sintomi legati alle capacità visive e spaziali, che sono tra gli indicatori iniziali della malattia di Alzheimer, manifestandosi in circa il 10% dei casi di Alzheimer.

Lo studio

Lo studio ha incluso dati provenienti da oltre 1.000 pazienti in 36 centri in 16 paesi.

I ricercatori hanno scoperto che l’atrofia corticale posteriore (PCA) predice in modo schiacciante l’Alzheimer. Circa il 94% dei pazienti affetti da PCA aveva la patologia di Alzheimer e il restante 6% aveva condizioni come la malattia a corpi di Lewy e la degenerazione lobare frontotemporale.

A differenza dei problemi di memoria, i pazienti con PCA hanno difficoltà a valutare le distanze, a distinguere tra oggetti in movimento e fissi e a completare compiti come scrivere e recuperare un oggetto caduto nonostante un normale esame oculistico.

La maggior parte dei pazienti con PCA presenta precocemente capacità cognitive normali, ma al momento della prima visita diagnostica, in media 3,8 anni dopo l’esordio dei sintomi, era evidente una demenza lieve o moderata con deficit identificati nella memoria, nelle funzioni esecutive, nel comportamento, nella parola e nel linguaggio.

Al momento della diagnosi, il 61% dimostrava “disprassia costruttiva”, un’incapacità di copiare o costruire diagrammi o figure di base; Il 49% aveva un “deficit di percezione dello spazio”, difficoltà nell’identificare la posizione di qualcosa che vedevano; e il 48% aveva “simultagnosia”, un’incapacità di percepire visivamente più di un oggetto alla volta. Inoltre, il 47% ha dovuto affrontare nuove sfide con i calcoli matematici di base e il 43% con la lettura.

L’età media di insorgenza dei sintomi della PCA è di 59 anni, diversi anni più giovane di quella del tipico Alzheimer. Questo è un altro motivo per cui i pazienti affetti da PCA hanno meno probabilità di essere diagnosticati.

L’identificazione precoce del PCA può avere importanti implicazioni per il trattamento dell’Alzheimer. Nello studio, i livelli di amiloide e tau, identificati nel liquido cerebrospinale e nell’imaging, nonché i dati dell’autopsia, corrispondevano a quelli riscontrati nei tipici casi di Alzheimer. Di conseguenza, i pazienti affetti da PCA potrebbero essere candidati per terapie anti-amiloide e terapie anti-tau, entrambe ritenute essere più efficaci nelle prime fasi della malattia.

Una migliore comprensione della PCA è fondamentale per far progredire sia la cura dei pazienti sia per comprendere i processi che guidano la malattia di Alzheimer.

Da un punto di vista scientifico, dobbiamo davvero capire perché l’Alzheimer prende di mira specificamente le aree visive piuttosto che quelle della memoria del cervello. Il nostro studio ha rilevato che il 60% dei pazienti affetti da PCA erano donne: una migliore comprensione del motivo per cui sembrano essere più suscettibili è un’importante area di ricerca futura.

 

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