mercoledì, Luglio 24, 2024
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UN GIORNO QUESTO DOLORE TI SARA’ UTILE

Di recente ho letto il libro di Peter Cameron Un giorno questo dolore ti sarà utile. È uno di quei libri che ti fa capire che il blocco del lettore non esiste, esistono solo libri giusti al momento giusto e libri sbagliati al momento sbagliato. L’ho cominciato a leggere incuriosita dal titolo, non ho neanche letto la trama, nulla, mi sono chiesta semplicemente a quale esperienza volesse far riferimento l’autore con quel titolo (e se lo leggerete, sono sicura che la cosa vi farà sorridere). Ad ogni modo ho iniziato e non sono più riuscita a smettere.

La voce narrante è quella del protagonista, un diciottenne, di nome James, della New York dei primi anni 2000, alle prese con la fatidica transizione dall’adolescenza all’età adulta, quando finite le superiori ci si trova catapultati improvvisamente nel mondo delle infinite possibili vite: mi iscrivo all’università? O forse è meglio di no? E se sì quale facoltà scegliere? E se non mi iscrivo cos’altro potrei fare? Ma in fondo quella laurea mi serve veramente a qualcosa? Insomma, questo genere di domande qui, che sono solo la punta dell’iceberg di un disagio in realtà più profondo, quello che Kierkegaard avrebbe definito più elegantemente: Vertigine della libertà.

Già perché sostanzialmente quella è l’età in cui improvvisamente ci piomba addosso la sensazione che l’andamento della nostra vita dipenda tutto dalle scelte che faremo da lì in poi, ma al contempo ci sentiamo ancora incastrati nella rete di pressioni sociali e familiari che costantemente cercano di dirci cosa sia meglio per noi; facendoci rimanere incastrati in un’indecisione cronica e paralizzante che più che derivare dal non sapere cosa fare nella propria vita, è semplicemente sintomo della paura di sbagliare, di deludere le aspettative, di intraprendere un percorso non convenzionale.

Il libro scorre piacevolmente in una narrazione ironica e a tratti pungente, facendo perdere il lettore qua e là tra i pensieri, i ricordi e l’immaginazione del protagonista. L’autore ha la capacità di trascinarci totalmente nella mente di James con una spontaneità tale che risulta impossibile non entrare in empatia con questo personaggio, un ragazzo solitario che vive la propria solitudine come un’indefinita forma di bisogno e condanna insieme, alla scoperta della propria identità e nel difficile compito di trovare il proprio posto nel mondo.

Il protagonista vive in una perenne estraneità nei confronti del mondo che lo circonda, non riesce a instaurare un legame con i coetanei con i quali sente di aver poco in comune, né tantomeno riesce a comunicare con gli adulti che lo circondano, in primis i suoi genitori, che appaiono sempre distratti, di corsa, presi da loro stessi e incapaci di fermarsi ad ascoltare. Gli unici dialoghi che James riesce ad avere sono con sua nonna e con una psicologa dalla quale ad un certo punto i genitori decidono di mandarlo. Un personaggio, quello di James, che non può non suscitare tenerezza e che a tratti ricorda Il giovane Holden di Salinger

Una lettura decisamente consigliata.

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A un certo punto mi ricordo di essermi chiesto (sul serio) se non fossi geneticamente modificato, se non avessi una minuscola alterazione del DNA che mi separava appena appena ma in modo fondamentale dalla mia specie, un po’ come i muli che possono accoppiarsi con gli asini ma non con i cavalli (mi pare). Sembrava che tutti fossero in grado di accoppiarsi, di unire le proprie parti in modi piacevoli e fecondi, ma nella mia anatomia e nella mia psiche c’era qualcosa di impercettibilmente diverso che mi divideva in modo irrevocabile dagli altri. Era una sensazione dolorosa che mi rendeva molto infelice. Mi ha fatto piangere nel bagno degli uomini del Russell Building. E desiderare di non essere vivo.”

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